venerdì 28 agosto 2009

Newsletter - n. 40

Medjugorje
Quando nel 1989 cominciai a collaborare con Radio Maria, una delle prime cose che il direttore padre Livio Fanzaga mi disse fu inerente a padre Tomislav Vlasic, che già da anni si era allontanato da Medjugorje per venire in Italia, dove aveva fondato una nuova comunità. Era in odore di eresia e certamente non aveva più nulla a che fare con Medjugorje, i veggenti e le apparizioni.
Oltre vent’anni dopo i mass media ci presentano la sua riduzione allo stato laicale da parte della Chiesa (per motivi che nulla hanno a che fare con le apparizioni) come un giudizio con cui quest’ultima condanna le apparizioni: “leggere per credere” l’articolo di Bruno Bartoloni sul Corriere della Sera del 30 luglio. Naturalmente, il quotidiano pubblica a fianco una intervista a padre Livio che sostiene il contrario di quanto affermato dall’articolista, ma l’idea che “passa” è che la Chiesa ha condannato le apparizioni di Medjugorje condannando il direttore spirituale dei sei veggenti. Pazienza se quest’ultimo non lo è mai stato e non li vede da 23 (ventitre) anni. Così si fa, più o meno coscientemente, la disinformazione.

Per tentare di rimediare parzialmente al danno provocato da questi articoli e per aiutare a capire le persone che mi hanno chiesto spiegazioni, riporto l’intervento di padre Livio apparso sul sito di Radio Maria, che fornisce tutte le chiarificazioni utili per comprendere quanto accaduto.
Le apparizioni di Medjugorje sono un fenomeno straordinario da un punto di vista quantitativo perché milioni di persone vi hanno ritrovato la fede e la pratica cristiana, soprattutto quella del sacramento della confessione. Naturalmente rimarranno una rivelazione che non obbliga il comune fedele, anche quando fossero riconosciute dalla Chiesa. Ma non cogliere il disprezzo verso la fede vissuta che si nasconde dietro tanti interventi “contro Medjugorje” (anche da parte di cattolici progressisti e cosiddetti tradizionalisti), mi sembra sciocco.

Marco Invernizzi

Cari amici,
la superficialità, mista a mala fede, cui con i mass media hanno sollevato l'ennesimo polverone su Medjugorje, mi obbliga, come studioso e testimone del fenomeno, oltre che come servitore inutile della Regina della pace, a fare alcune precisazioni per iscritto, dopo averle fatte al microfono
Il documento (riservato) della riduzione alla stato laicale dell'ex francescano ( concessa su sua richiesta) è stata messo sul nostro sito internet già dal marzo 2009. L'ex francescano con la sua comunità era sotto inchiesta da parte della Chiesa dal 1988. Dopo la sospensione a divinis (2008) è arrivata la riduzione alla stato laicale (2009). Se non ottempera ad alcune disposizioni della S. Sede potrebbe un domani arrivare la scomunica. ( I Documenti ufficiali sono tutti pubblicati nel nostro sito internet).
Ciò che la S. Sede contesta all'ex francescano non sono le sue attività pastorali a Medjugorje, dove ha svolto, con altri frati, l'ufficio di coadiutore parrocchiale ( non quindi di parroco ) dall'autunno 1981 al settembre 1985, ma le sue attività in Italia, dal 1988 al 2008, quando lui ha dato vita a una sua personale comunità religiosa.
Nei tre anni e mezzo che è stato a Medjugorje l'ex frate ha svolto un'attività parrocchiale centrata soprattutto su un gruppo di preghiera giovanile, al quale però non hanno mai partecipato i sei veggenti, eccezione fatta per Marija, che partecipava sia al gruppo parrocchiale sia a quello guidato direttamente dalla Madonna mediante il veggente Ivan.
Infatti la Madonna, a partire dal 1982, si è formata lei stessa un gruppo che guidava personalmente mediante due apparizioni straordinarie alla settimana. A tale gruppo di preghiera, guidato dalla Madonna, partecipavano numerosi giovani e tre veggenti: Ivan, Marija e Vicka. Ivanka e Jakov non partecipavano a nessun gruppo. Tale gruppo è tuttora operativo.
E' quindi un'affermazione che non corrisponde alla verità sostenere che l'ex frate sia stato la guida o l'assistente spirituale dei veggenti. Non è corretto neppure metterlo in rapporto col "fenomeno Medjugorje" dal momento che vi manca da 23 anni.
Egli non ha mai ricoperto l'ufficio nè di guida spirituale, nè di assistente spirituale, nè di confessore dei sei veggenti. Più tardi la sola Marija P. si è scelta un direttore spirituale nella persona di Fra Slavko.
Colui che i mass media chiamano disinvoltamente la guida o l'assistente spirituale dei sei veggenti, in realtà, a partire dal 1985 fino all'attuale provvidenziale condanna, ha cercato di sosituirli con altre veggenti che egli si era associato alla guida della sua comunità.
Al riguardo il P. Provinciale dei Francescani di Erzegovina. Dr. fra Ivan Sesar - ha affermato: "Questo provincialato non ha mai raccomandato né nominato alcuno come guida spirituale dei ragazzi. Penso che nemmeno i parroci di Medjugorje abbiano mai avuto questo mandato di essere guida spirituale dei veggenti. Il fatto è che alcuni frati erano loro confessori, avevano con loro e le loro famiglie un rapporto amichevole e questo si può capire. Chi è amico di chi, oppure chi è la guida spirituale, dovete chiederlo voi stessi ai veggenti. In questi giorni si è potuto leggere nei media che alcuni dei veggenti lo hanno negato categoricamente" ( Dal quotidiano croato Vecernji list - 14-09- 2008).
La verità è che l'ex frate si è presentato da se stesso, in una lettera del 1984 a Giovanni Paolo II, come la guida spirituale dei veggenti. Egli si è autonominato tale, nell'illusione di influenzarli, salvo poi a sceglierne altri di suo gradimento.
I veggenti di Medjugorje, come i due bambini di La Salette, come Bernadette, come i veggenti di Fatima, ecc...hanno avuto ed hanno nella Madonna la loro guida. Infatti dopo 28 anni di apparizioni sono dei bravi cristiani che non hanno mai deviato dalla fede.
Padre Livio Fanzaga


Newsletter - n. 39

Segnalazione libro
E' uscito un libro importante di Gianni Baget Bozzo e Pier Paolo Saleri, Giuseppe Dossetti. La Costituzione come ideologia politica, edito da Ares. Ve ne propongo una recensione con alcune mie considerazioni.

L’opera di Baget Bozzo e Saleri contribuisce a rispondere a una domanda importante che non può essere sfuggita all’osservatore attento della storia italiana e di quella dei cattolici in particolare. E’ una domanda inerente alla Costituzione e al ruolo metapolitico che essa ha assunto in alcune figure importanti della storia del movimento cattolico, come appunto Dossetti e sulla sua scia altri, come il Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Perché il monaco Dossetti uscì dalla sua comunità nel 1994 per fondare i comitati in difesa della Costituzione minacciata, a suo dire, dal pericolo della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi? Perché ancora nei mesi scorsi si è verificata una rivolta di intellettuali alla sola ipotesi di una modifica di alcune parti della Costituzione? Perché ancora, una figura che nulla ha a che fare con la storia del movimento cattolico come il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha recentemente rilanciato l’ipotesi di un “patriottismo costituzionale” per restituire un’identità agli italiani dei nostri giorni? Una Costituzione è la fonte dei princìpi che evoca oppure ne è soltanto la portavoce ed è l’organizzazione politico-giuridica del corpo sociale attorno a quei valori recepiti dal testo costituzionale?

Il libro in questione contribuisce a fare riflettere sul punto. Esso è opera a due mani e rappresenta l’ultima fatica di don Gianni Baget Bozzo, il sacerdote teologo e politologo scomparso l’8 maggio scorso che ha scritto la prima parte (Costituzione & politica), mentre la seconda (Il monaco “Principe”), più corposa, è opera di Pier Paolo Saleri, studioso della storia del movimento cattolico e protagonista, in particolare all’interno del Movimento Cristiano dei Lavoratori. Entrambi mettono al centro dei loro scritti la figura di don Dossetti e il suo particolare rapporto con la Costituzione.
La biografia culturale e politica di don Dossetti nasce all’interno del regime fascista e si arricchisce nel rapporto con l’Università Cattolica guidata dal rettore padre Agostino Gemelli. Entrambe le circostanze sono importanti nella formazione culturale del futuro vicesegretario della Dc. Infatti, una delle principali caratteristiche del pensiero di don Dossetti sarà l’importanza che attribuirà allo Stato nella costruzione della societas christiana, posizione che lo porterà al contrasto all’interno della Dc con quella non statalista e per certi aspetti liberale di Alcide De Gasperi. Il suo pensiero nasce dal tentativo di dare una risposta alla crisi della cristianità e al rapporto di quest’ultima con il mondo moderno, lo ricorda Saleri all’inizio del suo saggio, forse non approfondendo a sufficienza le differenze con il pensiero contro-rivoluzionario. La crisi viene percepita come una colpa assoluta dell’ideologia liberale e capitalista, secondo uno schema che si diffonde nel movimento cattolico intransigente già alla fine del secolo XIX. La Rivoluzione non viene interpretata come un processo, ma si attribuiscono al socialismo antiliberale elementi di positività e quindi un’opportunità anche per le forze cattoliche. Da qui nasce all’interno del movimento cattolico intransigente la posizione favorevole all’alleanza con i socialisti in funzione antiliberale e anticapitalista (tipica è la posizione di don Davide Albertario), che in qualche modo viene ripresa da padre Gemelli e che lo fa guardare con una certa simpatia, e per un certo periodo, anche al fascismo, per le sue potenzialità antiliberali.
Dossetti recepisce questa cultura della crisi e pensa di poterne uscire attribuendo allo Stato una funzione centrale, quasi volontaristica. L’esperienza della Resistenza e dell’Assemblea Costituente, poi, rappresentano il contesto politico e ideologico in cui questa cultura tende a prendere corpo, a realizzarsi. L’esito è la Costituzione della Repubblica che entra in vigore il 1° gennaio 1948. Essa non è per Dossetti soltanto il “vestito” della società uscita dall’esperienza del fascismo e ritornata all’esercizio delle libertà, ma qualcosa di molto più importante. E’ l’espressione della collaborazione fra le due grandi ideologie anticapitaliste, il cattolicesimo democratico antiliberale e il comunismo. Esse sono in competizione fra loro ma devono collaborare per “liberare” la società dalle ingiustizie provocate dal capitalismo. E lo Stato deve essere lo strumento per realizzare questa “giustizia”, secondo lo schema “virtuoso” che ricorda l’esperienza di Robespierre e del giacobinismo durante la Rivoluzione francese. In questa prospettiva culturale, la Costituzione è qualcosa di più del popolo che l’ha votata attraverso i suoi eletti in Parlamento: essa ha, per rubare le efficaci parole del magistrato Gherardo Colombo riportate da Saleri (p. 245), “la stessa funzione che in passato svolgeva il diritto naturale: come allora le leggi venivano considerate giuste (o ingiuste) a secondo della loro coincidenza (o del loro contrasto) con il diritto naturale, così oggi esse sono legittimate dalla conformità alla Costituzione”. Nasce così quello che Saleri definisce il costituzionalismo autoritario, cioè la superiorità della Costituzione sulla democrazia.
Questa posizione sta alla base della corrente di sinistra che Dossetti guida all’interno della Dc e alla quale appartengono i “professorini” della Cattolica, Fanfani e Lazzati, oltre a La Pira. Essa si oppone a De Gasperi e agli ex appartenenti al Partito Popolare che con lo statista trentino guidavano il partito, accusati di non costruire con lo Stato la società “giusta” e di aver interrotto la collaborazione con le sinistre piegandosi alle richieste americane e vaticane e dando l’economia in mano ai liberali, ma ancora di più si oppone ai Comitati Civici di Luigi Gedda. Quest’ultima posizione, che poi è quella di papa Pio XII, vorrebbe anch’essa la costruzione di una società ispirata al Vangelo e al diritto naturale, ma senza concessioni e collaborazioni con le sinistre, ritenute ben più inaffidabili e liberticide delle forze liberali e di quelle di destra. Nell’analisi delle tre posizioni allora presenti nel mondo cattolico evidenziate nel libro, forse quest’ultima avrebbe meritato maggiore spazio e attenzione, perché essa è stata sopraffatta sia dai dossettiani sia dagli ex popolari, che non sopportavano la presenza di una sorta di “sindacato” degli elettori cattolici che in qualche modo controllava l’operato del partito, ma poi storiograficamente non ha più avuto difensori, tanto da essere oggi assolutamente sconosciuta o, peggio, fraintesa: è stato scritto con realismo che i Comitati Civici sono stati un fenomeno che non conosce ancora nessuna rievocazione interpretativa, se non quella iniziata nel libro da me curato per la stessa editrice Ares, 18 aprile 1948. L’”anomalia italiana”.
In questa prospettiva, Dossetti partecipa con scarso entusiasmo alla battaglia delle elezioni del 18 aprile 1948 perché ne coglie il ruolo decisivo dei Comitati Civici e l’inevitabile esito anticomunista. Proprio questo esito lo porta a concludere che è impossibile riformare la società attraverso la politica, in quel frangente storico, perché soltanto un’azione culturale e religiosa, che porti alla “riforma” della Chiesa e del mondo cattolico, potrà anche avere effetti sulla politica. Nasce così la decisione di abbandonare la politica per dedicarsi prima alla fondazione dell’Istituto di Scienze Religiose a Bologna e poi alla fondazione di una comunità monastica, sempre nella regione emiliana. Ma la sua paternità politica nel partito continua attraverso l’opera di Fanfani, che sostituisce De Gasperi e trasforma la Dc in un partito ideologico di massa che “occupa” lo Stato per finanziarsi e non dover più dipendere dalle strutture del mondo cattolico, e attraverso quella che diventerà la corrente maggioritaria del partito, Iniziativa democratica, affidata a Mariano Rumor. Nasce il “dossettismo senza Dossetti” che influenzerà molto la politica italiana.

Ma Dossetti non abbandona la politica e continua a seguirla pur dedicandosi alla vita della Chiesa, in particolare nella diocesi di Bologna dove diventa vicario generale dell’arcivescovo Lercaro, e nell’ambito dei lavori del Concilio Vaticano II, ai quali partecipa come consultore dello stesso card. Lercaro. Baget Bozzo e Saleri mettono in luce la funzione “rivoluzionaria” avuta da Dossetti sui lavori conciliari, sventata da papa Paolo VI con la Nota praevia che ferma autoritativamente ogni deriva antipetrina nei lavori conciliari e porta a un ridimensionamento dello stesso Dossetti.
Dossetti non abbandona la politica perché la sua funzione nella vita religiosa e culturale viene sempre vissuta con la stessa volontà di cambiamento che lo aveva animato durante l’esperienza politica. Quest’ultima però conosce un ritorno a un impegno diretto in occasione della svolta epocale che la politica italiana conosce nel 1994 in conseguenza della caduta del Muro di Berlino, nel 1989, e della conseguente crisi avviata dalla magistratura con la cosiddetta “Tangentopoli”, che porta alla scomparsa per via giudiziaria dei due principali partiti della Prima Repubblica, il Psi e la Dc, e alla trasformazione del Pci in un partito democratico di sinistra, il Pds. Per gli autori si tratta di un vero colpo di Stato legale, condotto da una parte della Magistratura, che avrebbe comportato la realizzazione del “sogno” politico di Dossetti, cioè la presenza al governo delle due forze politiche antiliberali, i cattolici democratici senza più la Dc, e i comunisti senza più il retroterra ingombrante dell’Urss, che aveva reso impossibile il progetto a livello di accordi di politica internazionale. Ma un nuovo ostacolo rende impossibile la realizzazione del sogno, e si tratta di Silvio Berlusconi.
La sua discesa in campo nel 1994 e la vittoria elettorale inaspettata spingono appunto Dossetti a uscire temporaneamente dalla sua comunità monastica per salvare la Costituzione e successivamente a contribuire alla nascita dell’Ulivo, guidato da un suo discepolo, Romano Prodi. Le vittorie elettorali nel 1996 e nel 2006 delle coalizioni “dossettiane” sembrano la vittoria postuma del dossettismo, cioè appaiono come il confluire nel governo della nazione delle due ideologie alternative ai valori culturali di un’Italia anticomunista, popolare e conservatrice, legata all’Occidente e radicata nella propria identità cattolica, che aveva vinto il 18 aprile 1948. Ma il governo di Prodi fallisce e nel 2008 Berlusconi torna al governo. E con lui l’Italia moderata che Dossetti aveva sempre tentato di “superare”.
Marco Invernizzi

domenica 12 luglio 2009

Newsletter - n. 38

Caritas in veritate
La terza enciclica di Benedetto XVI è uscita. I giornali hanno fatto i loro scoop anticipandone qualche riga. Vi sono stati alcuni commenti abbastanza generici alla ricerca di quella che nel gergo giornalistico si chiama notizia. Che non c’è perché l’unica vera notizia è che siamo di fronte a un testo che bisognerebbe leggere, rileggere (studiare) prima di commentarlo e poi eventualmente mettere in pratica nella propria vita nella misura delle responsabilità pubbliche che si hanno.
Così non è stato, come per la grande maggioranza dei documenti del Magistero, che raramente si prestano a titoli gridati sulle prime pagine dei giornali.
Rimane il mondo cattolico, quello delle parrocchie e delle associazioni, dove si spera che l’enciclica non finisca troppo presto nel dimenticatoio, dove potrebbe essere tenuta viva con adeguate presentazioni.

L’enciclica spiegata dal Papa
A questo mondo propongo una presentazione semplice e autorevole, perché fatta con le stesse parole del Papa. Benedetto XVI infatti ha presentato la “sua” enciclica nell’udienza generale di mercoledì 8 luglio. Se qualcuno la ritenesse troppo impegnativa e difficile, può cominciare a leggere il testo di questa udienza, certamente alla portata di tutti. Poi magari gli verrà voglia di leggerla tutta.
La presento brevemente.

L’ispirazione paolina
Il documento si ispira a un passaggio della Lettera agli Efesini di san Paolo, dove l’Apostolo scrive che si deve agire nella verità con carità. Il legame fra carità e verità sta alla base di tutta la dottrina sociale della Chiesa, spiega il Papa, e in particolare viene approfondito nella splendida introduzione alla Caritas in veritate con il linguaggio preciso del teologo Joseph Ratzinger. Sempre nell’introduzione, il Papa indica due criteri fondamentali che stanno alla base del testo: la giustizia e il bene comune. La prima esprime l’amore che si esprime nella concretezza dei fatti, che si manifesta anche cercando non solo il bene individuale ma anche quello della comunità, così che grazie al bene comune la carità assume una dimensione sociale.

La "Populorum progressio"
La Caritas in veritate richiama espressamente quella di papa Paolo VI del 1967, definita pietra miliare dell’insegnamento sociale della Chiesa e dedicata allo sviluppo dei popoli e alle sue possibilità e modalità. Oggi, la situazione mondiale presenta nuovi e diversi problemi, in particolare l’affermarsi della globalizzazione, ma anche il permanere di gravi squilibri economici e sociali e di disuguaglianze clamorose e scandalose, nonostante l’impegno per eliminarle. Un futuro migliore è possibile e il giudizio del Pontefice non è chiuso alla speranza, ma soltanto se lo sviluppo sarà accompagnato dalla riscoperta dei valori etici e se le scelte per il bene comune terranno conto di un necessario rinnovamento culturale e morale.
Questo passaggio non deve sembrare moralistico, ma al contrario è centrale nel documento pontificio, perché soltanto cambiando i criteri culturali delle scelte potrà avvenire qualcosa di meglio. La Chiesa infatti non ha soluzioni tecniche da offrire, ma indica molto concretamente i principi che devono stare alla base delle decisioni: la centralità del diritto alla vita, il rispetto della libertà religiosa e il rifiuto di una assoluta fiducia nella capacità della tecnologia che fonda una concezione prometeica dell’uomo come unico artefice del proprio destino. Soltanto alla luce di questo cambiamento culturale e morale possono essere affrontati i grandi problemi, come quello della fame e della sicurezza alimentare di tanti popoli poveri, oppure il ruolo degli Stati, che devono fare la loro parte rivalutando il loro ruolo politico anche nell’ambito di un mondo globalizzato, o ancora il problema della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica nazionale e internazionale.

Significato e fini dell’economia
Per decenni si è dibattuto dialetticamente su profitto e solidarietà verso i poveri, come se l’economia non potesse contemplarli entrambi. Il Papa lo ricorda con forza invitando a recuperare la logica del dono e il principio di gratuità, accanto alla ricerca non esclusiva del profitto. E invita a non usare dialetticamente neppure i diritti umani, come spesso viene fatto dimenticando che «i diritti presuppongono corrispondenti doveri, senza i quali i diritti rischiano di trasformarsi in arbitrio». Inoltre il Papa invita un rispetto vero verso l’ambiente, che implica un diverso stile di vita da parte di tutti, evitando anche in questo caso di contrapporre il rispetto verso l’ambiente a quello verso la persona considerata in se stessa e in relazione con gli altri. Ma perché tutto questo non appaia illusorio il Papa auspica la nascita di un’Autorità politica mondiale «regolata dal diritto, che si attenga ai menzionati principi di sussidiarietà e solidarietà e sia fermamente orientata alla realizzazione del bene comune, nel rispetto delle grandi tradizioni morali e religiose dell’umanità».
Qualcosa di simile a un’istituzione che svolga la funzione di un impero riconosciuto (anzi voluto) dagli Stati e dai popoli, capace di fare rispettare lo jus gentium, il diritto internazionale, quello che l’ONU non è riuscito a essere o non ha potuto diventare.

Non di solo pane
E’ quanto ci ricorda il Vangelo ed è quanto ricorda la dottrina sociale della Chiesa sostenendo lo sviluppo “integrale” dei popoli, che cioè tenga conto di tutto l’uomo, non soltanto della sua componente materiale. Diversamente non ci sarà sviluppo.

Come è stato detto, un documento del Magistero è un evento della Chiesa, non soltanto un testo da studiare. Andrebbe perciò accompagnato con la preghiera, con adeguate celebrazioni liturgiche. Ma almeno andrebbe letto. E così non dovrebbe essere impossibile che ogni comunità cattolica si riunisse per leggere (almeno) questa breve ma autorevole presentazione dell’enciclica.

Marco Invernizzi

domenica 14 giugno 2009

Newsletter - n. 37

Andare a votare in un’epoca di profonda crisi morale e culturale raramente è entusiasmante. Infatti, non capita spesso di trovare il candidato ideale sia dal punto di vista politico sia da quello personale. Quando lo troviamo rispettoso o addirittura promotore dei “principi non negoziabili” e della dottrina sociale della Chiesa, spesso è inadeguato sul piano della vita privata e capita frequentemente di rendersi conto che non possiede le qualità minime per rappresentare il mandato che gli stiamo per affidare.
Ma il bene comune di un popolo va comunque perseguito, anche in una tornata elettorale, come i prossimi ballottaggi amministrativi, in cui la possibilità di scegliere per noi elettori è “secca”, senza alternative ai due candidati rimasti in lizza. Anche in questa occasione dovremo scegliere chi potrà fare meno danni al bene comune, una volta eletto, anche se è personalmente lontano da quei principi che vorremmo vedere realizzati nella vita pubblica, perché l’altro (nel senso dell’altra coalizione politica) è ancora più lontano. Fino a quando c’è la possibilità di scegliere è rarissimo che non ci si offra un “meno peggio” al quale affidare il nostro voto.

L’Osservatorio politico di Nuove Onde

Il successo ottenuto dall’Osservatorio politico promosso dall’associazione Nuove Onde (migliaia di accessi dopo la presentazione a Radio Maria) conferma il desiderio sincero e serio di informarsi e partecipare di molte persone. Questo Osservatorio (per chi non lo conoscesse www.nuoveonde.com), invita a votare premiando la coalizione o il candidato (quando possibile) che abbia manifestato concretamente nella passata legislatura la propria fedeltà ai principi non negoziabili (vita, famiglia, libertà di educazione), oppure che questa fedeltà sia espressa chiaramente nel proprio programma elettorale o in quello della coalizione o partito di appartenenza. Stiamo pensando di renderlo un servizio permanente, che intervenga ogni volta che sono in discussione, a diverso livello, i “principi non negoziabili”.
Ma proprio questo successo è il segno del grande disorientamento che c’è nell’elettorato in seguito alla crisi dei partiti e alla loro trasformazione dopo il 1989. Una volta, nell’epoca delle ideologie (che non è il Medioevo ma risale ormai a vent’anni fa) si votava con il criterio dell’appartenenza (anticomunismo o unità dei cattolici in un solo partito erano i criteri più utilizzati dall’elettorato conservatore), mentre oggi il lavoro più importante è quello culturale, consistente nel mostrare all’elettore la necessità di scegliere in base al criterio dei “principi non negoziabili”, e non secondo altri criteri, spesso legati a parole che esprimono valori importanti ma successivi a quelli legati alla vita e alla famiglia.

Teniamolo presente ancora una volta domenica prossima in occasione dei ballottaggi. E serviamoci del sito di Nuove Onde per capire con quale criterio dare il nostro voto.

Marco Invernizzi

lunedì 18 maggio 2009

Newsletter - n. 36

In memoriam

E' morto a Genova giovedì 7 maggio don Gianni Baget Bozzo. Aveva 84 anni.
Sacerdote, teologo e politologo, uomo di grande cultura e di sicura fedeltà alla Chiesa, ha avuto una biografia culturale e politica estremamente complessa. Ripercorrerla significa rivedere le fasi salienti della recente storia italiana, i nodi principali che lo hanno visto attento e intelligente analista e interprete, e spesso anche protagonista.
Come ha scritto lui stesso in una sorta di autobiografia uscita nel 1997 su Panorama, richiestagli dall’allora direttore Giuliano Ferrara, la sua patria è stata sempre e soprattutto la Chiesa. Per questo, giovane studente liceale negli ultimi anni del regime fascista, alle prese con lo scontro ideologico tra fascisti e comunisti, scelse la Chiesa e i suoi eroi erano gli zuavi pontifici caduti a Castelfidardo per difendere il Papa nel 1859.
Negli anni della caduta del Regime e della Resistenza si avvicinò alla Democrazia Cristiana e a quella figura che avrà un peso tanto rilevante nella cultura del cattolicesimo democratico, Giuseppe Dossetti. La vicinanza alla sinistra Dc sarà breve ma anche l’altra Dc, quella di Alcide De Gasperi, non appagherà il suo desiderio di fondare la politica su princìpi che andassero al di là della politica stessa come esercizio del potere.
Nel 1959 Baget Bozzo assume la direzione della rivista L’Ordine Civile — una testata a lui ceduta da Luigi Gedda — e de Lo Stato. All’epoca il futuro sacerdote è il primo a formulare una critica contro la partitocrazia e a schierarsi per l’elezione diretta del capo dello Stato, come espressione di di­stinzione della società, della politica e delle istituzioni. In questo periodo appoggia il governo del democristiano Tambroni, sostenuto dai voti del Msi, e dopo il drammatico fallimento di questo governo, travolto dalle rivolte di piazza da parte di gruppi anche armati nell’estate del 1960 e dal tradimento dei vertici della stessa Dc, forma il Movimento per l’Ordine Civile, appunto con lo scopo di opporsi alla nascita dei primi governi di centro-sinistra.
Ma l’esperimento non porta a felici risultati soprattutto a causa dell’ostilità della Gerarchia ecclesiastica e così don Gianni si ritira dalla politica e si laurea in teologia, nel 1966, in Laterano. L’anno successivo viene ordinato sacerdote, a Genova, dal cardinal Siri, e nel frattempo comincia a dirigere una rivista teologica di impostazione conservatrice, Renovatio, sempre nell’ambito della diocesi genovese guidata dall’arcivescovo al quale sarà sempre molto legato.
Inizia così il periodo più confuso e discutibile della sua vita pubblica, quando comincia a scrivere su la Repubblica, accomunato dall’avversione alla Dc e dalla speranza di una evoluzione liberale del Pci, come ha scritto lui stesso nell’autobiografia apparsa su Panorama.
In questi anni viene in contatto con Bettino Craxi e ne diventa consigliere. In lui vedeva l’artefice del tentativo di ribaltare le posizioni di forza all’interno della sinistra italiana, a favore di un Psi riformista e occidentale, avverso al Pci. Nel 1984 viene eletto europarlamentare socialista e l’anno successivo viene, di conseguenza, sospeso a divinis dal card. Siri, anche se non smetterà di celebrare la Messa in privato, a Bruxelles, nel suo piccolo studio, come testimonierà Giuliano Ferrara che vi assistette alcune volte.
In Craxi vedeva una soluzione politica per l’Italia, attraverso la sconfitta della Dc che non aveva più alcuna cultura politica. Scriverà che “secondo la tradizione della Chiesa, espressa dal pensiero di San Tommaso, la politica andava fondata sulla legge naturale e non sulla fede e l’obbedienza alla Chiesa”. La scelta fu drammatica e lacerante, ma a chi gli obiettava di aver scelto il partito del divorzio e dell’aborto rispondeva che le due leggi erano firmate da ministri dc e nessuno di essi aveva scelto di fare come re Baldovino, cioè dimettersi.
Il suo mandato, rinnovato per una seconda legislatura, terminò nel 1994, quando poté rientrare pienamente nella comunione ecclesiale. Nello stesso anno Berlusconi vinse le elezioni dopo che era venuta meno, in seguito alla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e a Tangentopoli, l’unità politica dei cattolici nella Dc. Nel corso dello stesso anno partecipa così alla fonda­zione di Forza Italia
, di cui redige successivamente la Carta dei Valori cercando di radicarla culturalmente nell’orizzonte del «liberalismo popolare». Collabora con alcune testate giornalistiche come Panorama e i quotidiani il Giornale, La Stampa e Il Secolo XIX, rivestendo inoltre la carica di direttore responsabile di Ragion­po­li­ti­ca, periodico tele­matico dell’area politico-culturale che fa riferimento al Popolo della Libertà.
Diventa così uno dei principali consiglieri di Berlusconi e uno dei responsabili della formazione di Forza Italia; conclusa l’esperienza della Dc, il suo nemico era sempre il partito postcomunista (la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto e le successive metamorfosi), con la sua pretesa di egemonizzare l’Italia.
Sarà proprio in occasione della rievocazione del 50° anniversario della vittoria elettorale del 18 aprile 1948 che Baget Bozzo parteciperà a Milano, nel 1998, a una manifestazione pubblica di Alleanza Cattolica, dove presenterà le sue tesi, certamente diverse, ma simili nella critica dello sperpero operato dal partito di ispirazione cristiana dello straordinario patrimonio di consenso affidatogli dal popolo italiano in occasione di quella straordinaria giornata, che segna la vera nascita dell’Italia moderna, antisocialcomunista e radicata nella storia dell’Occidente cristiano.

Marco Invernizzi

sabato 18 aprile 2009

Newsletter - n. 35

Segnalazione libro

Il libro è sempre stato uno dei principali strumenti dell’apostolato culturale di Alleanza Cattolica, soprattutto in tempi lontani, quando i libri “buoni” erano pochissimi e quando l’uscita di un buon libro era un evento, una vera e propria occasione di festa.
L’amore per il libro e per il suo uso apostolico era una caratteristica dell’Amicizia Cristiana, l’associazione di laici che sta all’inizio della presenza pubblica dei cattolici italiani, negli anni dell’invasione napoleonica della Penisola, e che ebbe un importante influsso culturale nella prima metà del XIX secolo. Anche per loro il libro era un’occasione, un’opportunità per avvicinare le persone e iniziare con loro un dialogo, ma soprattutto un mezzo di formazione personale e di gruppo.
Oggi, libri “buoni” ne vengono pubblicati molti di più e i problemi sono di altra natura. Per esempio, entrando in una libreria anche cattolica, oggi provo sempre un senso di ansia e di disorientamento per la confusione con cui vengono accostati, quasi fossero intercambiabili, libri che sostengono affermazioni opposte fra loro sui più diversi argomenti. Mentre anni fa si trovavano quasi soltanto libri “orientati male”, oggi il problema è diventare capaci di distinguere fra “libri nocivi” e “libri buoni” e poi, fra questi ultimi, fra “libri utili e necessari” e quelli “inutili”.
Credo allora che uno dei principali compiti di oggi sia quello di “mettere ordine” nelle letture, cioè di aiutare a scegliere e a leggere i libri che sono a disposizione con un’abbondanza sconosciuta in altri tempi.

Per questo motivo vorrei segnalarvi il libro postumo e recentemente pubblicato di un amico e maestro, Marco Tangheroni (1946-2004), che aiuta proprio a “mettere ordine” a proposito della storia, dei suoi limiti e della sua utilità, del modo di studiarla rispettandone le caratteristiche, senza divinizzarla ma senza rinunciare all’apporto importante che può dare alla comprensione del passato e alla costruzione dell’identità culturale di una persona e di un popolo.
Complici le provvidenziali vacanze pasquali, ho potuto leggere con grande gioia questo piccolo volume che nacque da incontri periodici di Marco con i suoi studenti all’università di Pisa. L’occasione erano alcuni aforismi inerenti alla storia dello scrittore colombiano Nicolàs Gómez Dávila, commentando i quali il professore introduce i suoi allievi nel “mistero” della storia, aprendo piste di lettura affascinanti e mettendo in guardia da molti errori e ingenuità che il giovane storico inesperto, o male formato, potrebbe essere indotto a commettere da cattivi maestri.
L’opera mi pare particolarmente adatta ai tempi attuali proprio in ragione di quanto facevo notare sulla grande disponibilità di libri, e in particolare di libri di storia, e della conseguente possibilità di confusione.
E’ una caratteristica della cultura dominante, il relativismo, quella di negare l’importanza e la bellezza della ricerca della verità. Mentre nell’epoca delle ideologie alla storia veniva attribuita la pretesa di poter conoscere con assoluta certezza, negando la complessità del reale e piegando lo studio della storia a un semplice mezzo per orientare il presente, oggi la storia interessa sempre di meno perché viene scartata l’idea stessa di verità e quindi la fatica che si deve fare per avvicinarsi a essa. La lettura di Tangheroni aiuta a “mettere ordine”, a superare tante difficoltà, e grazie al modo pacato e riflessivo che contraddistingueva il suo stile di comunicazione, rende il suo libro fruibile anche ai non addetti ai lavori, ma a chiunque ami la verità storica e desideri conoscere un po’ di più con quale metodo ricercarla.

Marco Invernizzi
________________________
Marco Tangheroni, Della storia. In margine ad aforismi di Nicolàs Gómez Dávila, Sugarco, Milano 2008, pp. 142, € 15,00 (richiedere http://www.libreriasangiorgio.it/)

giovedì 12 marzo 2009

Newsletter - n. 34

Solo e odiato
Una lettera del Papa ai vescovi
dopo la revoca della scomunica

Una lettera del Papa indirizzata a tutti i vescovi della Chiesa cattolica, con un linguaggio diretto, assolutamente chiaro ed esplicito, inusuale e assolutamente privo di ogni forma di “ecclesiastichese”. Una lettera di chiarificazione dopo tutti i malintesi sorti in seguito alla revoca della scomunica ai 4 vescovi ordinati, validamente ma senza mandato della Santa Sede, da mons. Marcel Lefebvre nel 1988.
Ecco i punti essenziali.

1. Quei cattolici che attaccano il Papa
Il sovrapporsi del “caso Williamson” con la remissione della scomunica ha fatto pensare che quest’ultima prevedesse un ritorno indietro del processo di riconciliazione fra cristiani ed ebrei cominciato col Concilio e che “fin dall’inizio era stato un obiettivo del mio personale lavoro teologico”. Ma la cosa che ha rattristato maggiormente il Pontefice è stato l’atteggiamento di quei cattolici “che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose”, i quali hanno “pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco”.
Dunque il Papa è consapevole dell’esistenza di cattolici pronti a utilizzare ogni occasione per attaccarlo mentre ringrazia “gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia e di fiducia”.

2. Siamo eredi di tutta la storia della Chiesa
E’ stato commesso l’errore di non spiegare il senso del provvedimento di revoca della scomunica. Quest’ultima colpisce le persone, non le istituzioni, e la sua revoca ha lo stesso significato della punizione, ossia “invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno”. Ma i problemi dottrinali rimangono e, fino alla loro soluzione, la Fraternità “non ha alcuno stato canonico nella Chiesa”.
Per questo bisogna distinguere l’aspetto disciplinare da quello dottrinale e allo scopo il Papa ha deciso di collegare la Pontificia Commissione Ecclesia Dei (che si occupa del ritorno alla comunione dei gruppi tradizionalisti) con la Congregazione per la Dottrina della fede.
Infatti, Benedetto XVI ricorda l’esistenza di problemi dottrinali che dovranno essere affrontati con la Fraternità sacerdotale san Pio X, soprattutto l’accettazione del Vaticano II, perché “non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962” e “ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità”.
Contemporaneamente (e riecheggiando quanto scritto nel memorabile discorso alla curia romana del dicembre 2005) ricorda ai difensori del Concilio “che il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa” e dunque chi “vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive”.

3. L’intenzione missionaria di Benedetto XVI
Evidentemente qualche vescovo e i mass media hanno contestato al Papa la necessità o almeno la priorità di questo intervento. Benedetto ricorda le priorità affermate all’inizio del suo pontificato, in particolare afferma: “Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13,1) – in Gesù Cristo crocifisso e risorto”.
Questa intenzione missionaria è la prima intenzione del Papa e per logica conseguenza gli sta a cuore l’unità dei cristiani, l’ecumenismo, perché la divisione impedisce una testimonianza efficace.

4. Le “stonature” della Fraternità e quelle dell’ambiente ecclesiale
Dopo questa priorità fra le intenzioni del Papa, vi sono anche le riconciliazioni piccole e medie. E il Papa si domanda, e ci domanda, se si può considerare sbagliato cercare una riconciliazione con una comunità di 491 preti, 215 seminaristi, 6 seminari e migliaia di fedeli? Non si può cercare fra le loro intenzioni “l’amore per Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente?”. E si chiede se “possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell’unità? Che ne sarà poi?”.
Il Papa non nasconde le “cose stonate” che si sono ascoltate in questi giorni da parte di rappresentanti della Fraternità, come “superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi”, ma aggiunge anche le “testimonianze commoventi di gratitudine, nelle quali si rendeva percepibile un’apertura dei cuori”. E aggiunge parole inusuali, drammatiche, da rileggersi continuamente perché indicative della condizione in cui si trova il Santo Padre: “A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo”.

Il Papa chiede di essere aiutato?

La lettera è un documento eccezionale nel senso appunto di fuori dalla norma, anche per il linguaggio singolarmente diretto. Essa significa anzitutto quello che c’è scritto e mi auguro che venga letta da quante più persone possibili. Ma il Santo Padre sembra anche voler chiedere di più, di essere aiutato, come se fosse solo, trattato con odio anche all’interno della Chiesa ogniqualvolta fa un’affermazione non “politicamente corretta”. Non posso non ricordare il 1968, quando venne pubblicata l’enciclica di papa Paolo VI, Humanae vitae, che suscitò tanto contestazioni anche e soprattutto dentro la Chiesa perché ribadiva la dottrina di sempre sul tema della sessualità. Iniziò allora la contestazione esplicita del Magistero pontificio all’interno della Chiesa. Essa non è ancora terminata. E Benedetto XVI si trova oggi in quella drammatica solitudine in cui venne a trovarsi Paolo VI allora, quarant’anni fa.

Marco Invernizzi


La lettera, datata 10 marzo, si può leggere sul sito della Santa Sede www.vatican.va