venerdì 6 aprile 2012
lunedì 12 marzo 2012
Newsletter - n. 64
Care amiche, cari amici,
vi scrivo in un momento forte dell'anno liturgico, la Quaresima, e vi suggerisco di prendere in mano durante questi giorni che precedono la Pasqua un testo tanto importante quanto poco usato nelle nostre comunità cristiane, il Catechismo della Chiesa Cattolica.
Quest'ultimo è lo strumento più adatto a vincere la malattia principale del nostro tempo, il relativismo. Questo non è tanto un'ideologia quanto una condizione sociale, cioè non aggredisce il corpo sociale per cambiarlo, come facevano le ideologie del XX secolo, ma penetra dentro la mentalità delle persone e trasforma la società. Il suo effetto più evidente e pericoloso è l'incomunicabilità che genera fra le persone perché se ciascuno possiede valori diversi e contrari a quelli degli altri, allora la vita pubblica diventa invivibile. Se nel XX secolo le ideologie dividevano la società in partiti ideologicamente contrapposti, oggi ogni uomo ha un'ideologia propria e la comunicazione diventa sempre più difficile.
Ma che cosa c'entra il Catechismo con il relativismo? C'entra perché il relativismo come modo di pensare è penetrato anche dentro il mondo cattolico e impedisce a volte ai fedeli di avere un giudizio condiviso anche su temi inerenti alla fede. Certamente non possiamo pensare che il Catechismo venga utilizzato dai non credenti, ma se soltanto tutti i cattolici lo studiassero potrebbero cominciare ad affrontare i temi dottrinali, morali, sociali usando lo stesso linguaggio. Questo sarebbe importantissimo, perché se i fedeli trovassero l'unità di linguaggio e fossero d'accordo sulle cose principali che sono contenute nel Catechismo, anche il loro annuncio della fede diventerebbe molto più convincente. È probabilmente vano sperare che i fedeli si mettano a leggere e a studiare il Catechismo da soli, ma se in ogni parrocchia e all'interno delle associazioni si prendesse l'abitudine di costituire dei gruppi per studiare il Catechismo e se quest'ultimo divenisse oggetto della catechesi degli adulti, allora si raggiungerebbe in breve tempo una omogeneità e una comunione attualmente lontanissime dalla realtà.
Quest'anno ricorre il XX anniversario della promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. Alleanza Cattolica lo ricorderà con un importante convegno che si terrà a Roma sabato 19 maggio, nella sala San Pio X in via della Conciliazione. Nei prossimi giorni vi daremo il programma preciso. Già da ora possiamo dirvi che il tema del convegno sarà il rapporto fra il Catechismo e la nuova evangelizzazione e che saranno presenti con due lezioni magistrali il card. Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione del clero, e il vescovo mons. Rino Fisichella, Presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione.
Speriamo che molti anche da Milano possano partecipare a questo importante incontro.
Buona Quaresima e buona Pasqua
Marco Invernizzi
martedì 6 marzo 2012
Newsletter - n. 63
Care amiche, cari amici,
il “Forum delle associazioni familiari” raggruppa oltre 50 associazioni che hanno la famiglia come motivazione importante del loro impegno, fra cui anche Alleanza Cattolica. Spesso deve tenere conto delle diverse sensibilità presenti al suo interno. In questo comunicato troviamo un messaggio di preoccupazione per il futuro della famiglia dopo i recenti provvedimenti del governo Monti che condividiamo in pieno e sottolineiamo alla vostra attenzione.
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MONTI COME QUINTINO SELLA.
PER RISANARE LE FINANZE
SI PESCA ANCORA NELLE TASCHE DELLE FAMIGLIE
«La promessa di riduzione delle aliquote fiscali non ci aveva mai convinto fino in fondo» commenta Francesco Belletti, presidente del Forum «e la lettura dell’Atto di indirizzo della politica fiscale ci conferma nei nostri timori.
«Che il taglio delle tasse sul reddito sia finanziato da un incremento delle imposte indirette è come dare con la destra mentre si riprende con la sinistra. Con l’aggravante che l’aumento dell’Iva è indiscriminato e colpirà ugualmente tutti i contribuenti senza fare distinzione sul reddito disponibile o sui carichi familiari che gravano sul quel reddito. Non c’è ingiustizia peggiore che trattare nello stesso modo situazioni diverse.
«Vengono così cancellate tutte le promesse di equità e di fisco family friendly. La grande ingiustizia di un sistema fiscale che grava in modo uguale sul single e su chi nutre, cresce ed educa i cittadini di domani, non viene cancellata. Anzi, il governo fa addirittura un salto di qualità: invece di perdere tempo nei soliti, singoli, aumenti di tabacchi, benzina, energia... in un colpo solo farebbe schizzare in alto tutti i prezzi, mortificando il sistema economico e portando alle estreme conseguenze la logica che fu di Quintino Sella: servono soldi? tutto si può tassare, anche la farina. Cioè il pane. Cioè la vita.
«E chi ha più bocche da sfamare e figli da accudire, specie se l’aumento dovesse riguardare anche i beni di largo consumo, ancora una volta, pagherà più degli altri».
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Daniele Nardi
Capo ufficio stampa
Forum delle associazioni familiari
giovedì 1 marzo 2012
Newsletter - n. 62
Care amiche, cari amici,
sul fronte delle politiche per la famiglia, negli ultimi giorni sono arrivate notizie buone e notizie cattive. La notizia buona viene dalla Regione Lombardia, che ha deciso di introdurre il “Fattore Famiglia” nella propria legislazione. Cosa significa?
Sappiamo che in Italia, purtroppo, le politiche di welfare hanno per destinatari i cittadini e non la famiglia. Nel sistema fiscale italiano il variare dell’aliquota è determinato esclusivamente dal reddito percepito e non dal numero dei familiari a carico. Chi ha figli a carico si trova applicata la medesima pressione fiscale di chi non ne ha.
Con una sussidiarietà alla rovescia, oggi sono le famiglie che compensano la mancanza di welfare pubblico, che sostengono il peso della società e dell’economia. La famiglia è ormai un ammortizzatore sociale: bisogna riconoscere che ancora oggi la maggior parte dei bisogni dei cittadini viene soddisfatta dalla famiglia e dalle associazioni che la società civile ha saputo creare.
In Italia manca un piano per la famiglia, nonostante i molti appelli rivolti ai governi. Ci vorrebbe insomma un fisco a misura di famiglia.
Qualche piccolo passo in avanti si è visto a livello locale. In seguito alla riforma costituzionale comunemente definita "devolution", che riconosce in alcune materie sempre maggior peso alle Regioni ed agli enti locali, esistono delle “buone pratiche” di politiche familiari realizzate a livello locale da alcuni Comuni.
Ma la Lombardia è la prima Regione ad introdurre nella propria legislazione il “Fattore Famiglia”. Lo scorso 15 febbraio il Consiglio Regionale Lombardo ha approvato l’indicatore per le politiche sociali, che tiene conto non solo delle situazioni reddituali e patrimoniali, ma contempla anche a pieno titolo il numero di figli e i carichi di cura, ad esempio la presenza nel nucleo familiare di anziani non autosufficienti o di disabili.
Il “Fattore Famiglia” sarà sperimentato per un anno in alcuni Comuni del territorio lombardo. A livello regionale ha già trovato applicazione per quanto riguarda la Dote scuola 2012-2013, misura che interessa un terzo degli studenti lombardi (circa 300.000) con uno stanziamento di 81 milioni e che, con i nuovi parametri applicati, darà diritto alla Dote a 8.000 famiglie in più dello scorso anno. Si tratta di un importante provvedimento, a tutela di quell’altro importante principio non negoziabile che è la libertà di educazione.
Il voto del Consiglio regionale realizza uno degli obiettivi programmatici più qualificanti della Giunta Formigoni e conferma la forte attenzione della Regione Lombardia verso la famiglia, riconoscendo i compiti che essa svolge nella società.
Se dalla Regione Lombardia arrivano buone notizie per la famiglia, non altrettanto si può dire del Comune di Milano: il sindaco Giuliano Pisapia ha recentemente ribadito di voler mantenere le promesse fatte in campagna elettorale e di voler procedere nell’istituzione del “registro delle unioni civili”. Inoltre, l’Assessorato al welfare del Comune di Milano non rinnovando lo stanziamento al Servizio “Informafamiglia”, la cui gestione era affidata al Forum Milanese delle Associazioni Familiari, ne ha determinato la chiusura: si trattava di un servizio rivolto gratuitamente alle famiglie, con il compito di aiutarle a mettere a fuoco le cause delle loro difficoltà e avviarle al giusto percorso di aiuto.
Non solo il Comune di Milano ignora la richiesta di sostegno economico e di servizi alla famiglia naturale fondata sul matrimonio, con figli a carico, ma prosegue nella progressiva opera di cancellazione della famiglia, come se le varie tipologie di legami fossero tutte sullo stesso piano.
Con queste notizie, alcune buone altre cattive, Milano si prepara all’arrivo del Pontefice, in occasione dell’Incontro Mondiale delle Famiglie. Sarà importante dare testimonianza della forza e del valore della famiglia nella società, oggi più che mai sotto assedio sul piano economico, fiscale, sociale, culturale e antropologico.
A questo proposito, vi annunciamo che Alleanza Cattolica sarà presente con un proprio stand alla Fiera Internazionale della Famiglia, manifestazione in programma a Milano dal 29 maggio al 2 giugno 2012, e parte integrante del VII Incontro mondiale delle famiglie: un’importante vetrina, di grande visibilità, che ci permetterà di dare il nostro contributo all’evento, a difesa di una società “a misura d’uomo e secondo il piano di Dio.” (Beato Giovanni Paolo II).
La fiera si svolgerà presso il Mico - Milano congressi in viale Scarampo (Fieramilanocity). Alla fiera, che sarà ad ingresso gratuito, si prevede la partecipazione di 50.000 visitatori.
Marco Invernizzi
lunedì 9 gennaio 2012
Newsletter - n. 61
Care amiche, cari amici,
Il 2012 per la Chiesa cattolica sarà dedicato alla Fede. Comincerà infatti l'11 ottobre un anno dedicato alla prima virtù teologale, in occasione del 50 anniversario dell'inaugurazione del Concilio Vaticano II e del 20 della promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. Quest'ultimo sarà in qualche modo al centro dell'anno, se non altro perché strumento indispensabile e punto di riferimento per la conoscenza e la trasmissione dei contenuti della Fede.
Anche Alleanza Cattolica parteciperà alla preparazione dell'Anno con un convegno sul tema della catechesi e del Catechismo, che si terrà a Roma nei prossimi mesi. Inoltre, già da qualche mese è possibile invitare qualcuno dell'associazione a tenere una conferenza che illustri la bellezza e l'importanza del secondo catechismo universale voluto dalla Chiesa dopo il Vaticano II.
Sul piano politico, l'Italia sta conoscendo la dura esperienza di un governo voluto dal Presidente della Repubblica, dopo una drammatica aggressione finanziaria che ha offerto il pretesto per sostituire il governo Berlusconi con un altro composto da tecnici non eletti. Un governo, quest'ultimo, che ha drasticamente aumentato le tasse già estremamente elevate e nulla sta dimostrando di voler fare invece per diminuire le spese dello Stato, facendolo uscire da quei settori in cui la società potrebbe fare meglio e senza spendere il denaro pubblico.
In un tempo in cui la classe politica sta letteralmente uscendo dalla scena pubblica, anche per la sua manifesta inadeguatezza, Alleanza Cattolica vuole ricordare che la costruzione del bene temporale di una comunità, che è il fine della politica, non solo è cosa necessaria ma è anche una cosa buona, purché le persone che vi si dedicano abbiano un minimo di preparazione, oltre alla buona volontà.
Per questo nei mesi di marzo e aprile, a Milano, verrà organizzato un secondo corso di formazione politica dopo il buon esito del primo, svoltosi in ottobre e novembre. Il tema questa volta riguarderà le caratteristiche storiche e culturali dei principali movimenti e partiti politici italiani. Un tema in controtendenza rispetto alla cultura egemone, molto tecnica se non tecnocratica, ma da conoscere per chi volesse impegnarsi, o anche solo interessarsi, di politica.
A breve riceverete le informazioni necessarie per l'iscrizione. Con esse riceverete anche le informazioni relative alle prossime conferenze e a tutte le novità librarie inerenti alla vita di Alleanza cattolica a Milano.
Un caro augurio per un 2012 di santità e di serenità.
Marco Invernizzi
domenica 11 dicembre 2011
Newsletter - n. 60
Care amiche, cari amici
vi allego il testo del manifesto-comunicato che Alleanza Cattolica sta diffondendo a proposito del nuovo governo guidato dal senatore Mario Monti.
Siamo entrati in una fase nuova della vita nazionale, seguita a una guerra finanziaria che ha visto la sconfitta dell'Italia e la caduta del governo presieduto da Silvio Berlusconi. In questa nuova situazione bisogna cercare di salvaguardare quanto di buono è stato costruito negli ultimi 17 anni, e in particolare l'alleanza fra il Pdl e la Lega nella prospettiva di costruire un polo politico conservatore che ostacoli efficacemente l'avanzata del processo di disgregazione dell'Italia.
Marco Invernizzi
Alleanza Cattolica sul governo Monti
Roma, 5 dicembre 2011.
Dopo l'annuncio di gravosi provvedimenti economici, che fra l'altro – e ancora una volta – non comportano quei sostegni alle famiglie con figli a carico che molti avevano auspicato, persone molto per bene, ugualmente leali al bene comune dell'Italia e ispirate dalla dottrina sociale della Chiesa, rischiano oggi di dividersi fra loro sulla questione se, dopo le dimissioni del presidente del Consiglio on. Silvio Berlusconi, chi aveva sostenuto il suo governo debba oggi appoggiare l'esecutivo guidato dal sen. Mario Monti e appoggiato anche dal Partito Democratico e dal Terzo Polo, o debba insistere per immediate nuove elezioni. Sembra importante che amicizie politiche e culturali, talora antiche, non si rompano su questo punto e che si ricordino alcuni aspetti essenziali.
1. Almeno dal 2008 è in corso una guerra mondiale più difficile da capire di altre, perché combattuta non su campi di battaglia militari – almeno non principalmente, perché non mancano episodi di questo genere, come la guerra in Libia – ma nelle borse, nelle banche e nel sistema finanziario internazionale. Che questa sia una modalità delle moderne guerre dette «asimmetriche», a proposito delle quali la parola «guerra» è usata in senso proprio e non solo metaforico, è stato chiarito dagli stessi ideatori della nozione di «guerra asimmetrica», i colonnelli dell'esercito della Repubblica Popolare Cinese Qiao Liang e Wang Xiangsui, che nel loro libro Guerre senza limiti. L'arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione (trad. it. a cura del Generale Fabio Mini, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2001), talora presentato come «la Bibbia dei nuovi conflitti», oltre all'esempio del terrorismo citano precisamente quello delle aggressioni attraverso tecniche di tipo finanziario. Dopo che la crisi del 2008, seguita dall'elezione di un presidente degli Stati Uniti particolarmente inadatto a governarla, ha dimostrato che per la prima volta dopo la fine della Seconda guerra mondiale l'egemonia statunitense può essere messa in discussione, si è scatenata una guerra asimmetrica di tutti contro tutti per cercare di sostituirla con «qualche cos'altro», dove i principali contendenti sono la Cina, alcuni Paesi arabi – che si muovono anche secondo una logica di tipo religioso –, e il BRI, sigla riferita a Brasile-Russia-India, Paesi che si considerano le potenze economiche emergenti del futuro e formano il cosiddetto BRIC con la Cina, con cui però hanno interessi non coincidenti.
2. Per cercare di giocare un ruolo in questa guerra, dove l'Europa parte da una posizione piuttosto marginale, Germania e Francia – la prima più forte economicamente, la seconda assai più debole, ma con una rete migliore di contatti politici e d'intelligence internazionali con alcuni dei protagonisti principali, in particolare con il mondo arabo tramite l'alleanza con il Qatar, Paese molto importante anche perché del mondo islamico controlla, e spesso manipola, l'informazione tramite la rete televisivaal-Jazzira – hanno deciso di presentarsi come «direttorio» e di cercare di egemonizzare l'intera Unione Europea, attaccando con manovre piuttosto brutali e spericolate – talora pericolose anche per loro – le economie europee che presentavano un certo grado d'indipendenza, a cominciare da quella italiana, sia tramite un attacco finanziario sia attraverso il colpo portato agli interessi energetici più indipendenti tramite la guerra in Libia e il tentativo d'inserire cunei nei rapporti fra alcuni Paesi europei e la Russia.
3. Questa autentica guerra non è stata capita, se non da pochi osservatori particolarmente acuti rimasti inascoltati, in un'Italia persa nelle sue beghe politiche nazionali. Pur di scalzare il governo Berlusconi, qualche volta senza capire che cosa stava succedendo ma altre volte capendolo fin troppo bene e rendendosi quindi colpevoli di un vero e proprio tradimento, forze politiche di opposizione, poteri forti economici e culturali ostili per diverse ragioni al governo, e grandi giornali sostanzialmente infeudati a questi poteri, hanno agito oggettivamente da quinte colonne di questo attacco straniero al nostro Paese.
4. Indebolito non solo dalle quinte colonne – il cui ruolo proditorio e antinazionale va comunque denunciato senza infingimenti – ma anche da comportamenti privati del presidente del Consiglio – perseguiti da magistrati ostili e messi in piazza dai media portavoce dei poteri forti con modalità discutibili e talora scandalose, ma non da loro inventati –, da una notevole litigiosità interna e da una qualità e capacità di comprensione di scenari internazionali complessi rivelatesi alla prova dei fatti spesso gravemente insufficienti, il centro-destra – come dimostra per esempio la vicenda della Libia – non è stato in grado né di resistere alla guerra scatenata contro l'Italia né di spiegare agli italiani che una guerra era in atto.
5. Le cifre ormai catastrofiche dell'attacco finanziario – da non confondersi con le cifre dell'economia reale, che però in questo scenario di guerra mondiale diventa sempre meno rilevante –, il quotidiano passaggio di aziende di eccellenza italiane in mani straniere, l'evoluzione della situazione in Libia, assai meno rassicurante per gl'interessi italiani di quanto si voglia far credere, mostrano che la guerra è stata perduta. Chi non si rende conto di questa circostanza, o si rifiuta di vederla, ha poi difficoltà a capire tutto il resto.
6. Nelle nuove guerre non sono previste occupazioni del territorio sconfitto – se non, ancora, economiche – ma è previsto il commissariamento dei vinti attraverso un governo che risponda ai vincitori, i quali ne dettano le condizioni di funzionamento: un «governo Badoglio» o se si preferisce – ma le vicende storiche furono diverse – un «governo Pétain».
7. Se è vero che abbiamo perso la guerra, non possiamo sfuggire a questo tipo di governo. Lo può votare, sotto pressione dei vincitori, il Parlamento. O lo possono votare gli elettori, i quali però non saranno molto più liberi dei parlamentari perché le potenze vincitrici ripeteranno loro tutti i giorni che o «voteranno bene» o «staranno puniti» con altri durissimi attacchi che li impoveriranno oltre il limite del tollerabile, con gravi conseguenze anche per l'ordine pubblico: gli «indignados» insegnano. È possibile che i vincitori della guerra abbiamo referenti e preferenze diverse quanto alle persone: c'è chi conosce da anni il sen. Monti, chi accetterebbe l'on. Pier Luigi Bersani o magari il sindaco di Firenze dottor Matteo Renzi dopo un passaggio elettorale – in cui peraltro ben potrebbe candidarsi lo stesso sen. Monti, verosimilmente riscuotendo un vasto consenso –, perfino chi a suo tempo ha fatto delle promesse all'on. Gianfranco Fini o chi frequenta il dottor Luca Cordero di Montezemolo. Quella che può essere in discussione però è la scelta delle persone, non della politica, che è stata già dettata dai vincitori e che in gran parte è contenuta nella nota lettera della Banca Centrale Europea.
8. Che il «governo Badoglio» a sovranità limitata e sotto vigilanza dei vincitori sia nato subito con il sen. Monti ovvero rinasca dopo un passaggio elettorale con i carri armati – metaforicamente ma non troppo – fuori dei seggi non è forse l'elemento decisivo, e non dovrebbe dividere chi ha davvero a cuore le sorti della patria. Pochi o nessuno sanno davvero che fare, ma un buon punto di partenza è prendere atto che la guerra è stata perduta. Continua fra altri e con altri scenari, che forse in futuro potranno darci qualche vantaggio. Quanto ai «governi Badoglio» – che vengono comunque, con o senza elezioni – il dilemma che si pose durante e dopo la Seconda guerra mondiale in vari Paesi di volta in volta sconfitti – se stare dentro un governo sostanzialmente imposto dallo straniero, con lo scopo di alleviare le sofferenze della popolazione e iniziare a ricostruire una presenza politica forse in futuro autonoma, o testimoniare una protesta rimanendone fuori – fu risolto diversamente da persone ugualmente di buona fede. Sarebbe bene che le persone di buona fede, pur compiendo di nuovo scelte diverse, non si dividessero neppure ora, ma trovassero un momento di raccordo nello spiegare al Paese che c'è stata una guerra, che l'abbiamo persa – per colpa delle quinte colonne e dei traditori, da denunciare incessantemente, ma anche perché i «buoni» a lungo non l'hanno capita, e gli stessi passaggi finali, la cui inevitabilità era già evidente nell'estate del 2011, sono stati avviati con notevole ritardo – e che occorre operare perché una nuova classe politica s'impegni nella lunga, faticosa e dolorosa opera della diplomazia, della ricostruzione e forse domani perfino della rivincita. Come ha ricordato nel suo viaggio apostolico in Sardegna del 2008, Papa Benedetto XVI, contro il «nichilismo diffuso» (Omelia, Santuario della Madonna di Bonaria, 7-10-2008) la politica «necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile» (ibidem), così come necessita – come Alleanza Cattolica si permette di richiamare – di una rinnovata e corale «grande preghiera per l'Italia», che riprenda quella proposta dal beato Papa Giovanni Paolo II (1978-2005) nella Meditazione con i vescovi italiani presso la tomba dell'Apostolo Pietro il 15 marzo 1994. Fare tutto questo con un piede dentro o con entrambi i piedi fuori dai «governi Badoglio» – forse più di uno – che ci attendono non è irrilevante, ma non è l'elemento decisivo.
lunedì 24 ottobre 2011
Newsletter - n. 59
Da dove vengono i “principi non negoziabili”?
Bisogna risalire al Convegno della Chiesa italiana a Loreto, nel 1985, per comprendere qualcosa di quanto sta avvenendo all’interno del mondo cattolico italiano in margine all’incontro di Todi, dove lunedì 17 ottobre si sono riunite diverse associazioni convocate dalla sigla del Forum delle persone e associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro.
In quel Convegno, che avveniva sette anni dopo l’elezione al soglio di Pietro di Giovanni Paolo II, venne abbandonata la prospettiva della “scelta religiosa” che aveva caratterizzato l’operato della Chiesa italiana nel decennio precedente, successivamente al Convegno ecclesiale di Roma del 1975 su Evangelizzazione e promozione umana.
La “scelta religiosa” era una prospettiva che veniva da lontano, dalle forti polemiche contro Luigi Gedda (1902-2000), il Presidente dell’Azione Cattolica dal 1952 al 1959 e fondatore dei Comitati Civici, che contribuirono in modo significativo alla vittoria elettorale del mondo cattolico nelle elezioni del 18 aprile 1948. Durante la sua presidenza, gli si rivoltarono contro i due responsabili dei giovani di Aci, Carlo Carretto (1910-1988) e Mario Rossi (1925-1976), il primo sostenitore di un disimpegno dei cattolici dall’apostolato civile e politico di quel tempo, perché considerato funzionale alla destra, il secondo anticipatore della teologia della liberazione, in questo supportato dall’assistente ecclesiastico don Arturo Paoli. Le due crisi degli anni Cinquanta rientrarono ma furono l’espressione di un profondo disagio del mondo cattolico, come si capì parecchi anni dopo quando si scoprì che la maggioranza di quei dirigenti che se ne andarono con Carretto e Rossi (fra i quali c’era Umberto Eco) erano confluiti in movimenti e partiti della sinistra.
Così, negli anni Sessanta, in particolare dopo il famoso luglio 1960, quando a Genova venne impedita la celebrazione del Congresso del Msi con la violenza della piazza e quindi fatto cadere il governo guidato dal democristiano Fernando Tambroni (1901-1963), che si reggeva grazie ai voti missini, cominciò a prendere corpo il fatto che la polemica contro l’attivismo di Gedda nella conduzione dell’Aci da parte della cosiddetta “scelta religiosa” di fatto favoriva anche l’apertura ai partiti della sinistra, che si consumò con i governi di centro-sinistra, a partire dal 1961. Forse per questo Vittorio Bachelet (1926-1980), che sarà Presidente dell’Aci dal 1964 al 1973, preferiva parlare di una “scelta più religiosa” proprio per non generare equivoci, che invece ci furono.
Fu in questi anni, l’epoca successiva al Concilio Vaticano II (1962-1965), che scoppiò in tutto il mondo occidentale la rivoluzione culturale del 1968. La “scelta religiosa” dei movimenti cattolici si rivelò incapace di contrastare l’ondata della contestazione che infatti investì e devastò le associazioni del mondo cattolico, anche se proprio in questi anni vennero gettate le basi dei nuovi movimenti che caratterizzeranno il post Concilio e che di fatto cominceranno a dar vita alla nuova evangelizzazione. Si aprì così un periodo devastante che segnò gli ultimi dieci anni del pontificato di Paolo VI (1968-1978), segnati in particolare dalla contestazione del Magistero dopo la pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae.
Ora, questo periodo, in cui i cattolici erano come scomparsi dalla scena pubblica, soprattutto a livello giovanile, cominciò a venire superato appunto a Loreto nel 1985, anche se fin dal primo discorso nel 1978, col suo celebre invito a “non aver paura di Cristo”, Giovanni Paolo II aveva cominciato a restituire l’orgoglio e la fierezza dell’essere cattolici e di appartenere alla Chiesa a una generazione timida e sbandata.
Dopo Loreto, nel 1986, cominciò con l’elezione del card. Camillo Ruini alla segreteria della Cei il cosiddetto “ruinismo”, cioè il periodo segnato dalla figura del card. Ruini, che diventerà anche Presidente della Cei e Vicario del Papa a Roma. A Loreto, papa Giovanni Paolo II disse che i cattolici non potevano essere subalterni e dovevano agire da protagonisti, cercando di animare cristianamente l’ordine temporale, come scrive il documento del Concilio sull’apostolato dei laici, Apostolicam actuositatem. Questa linea portò dapprima a un tentativo di cambiare la Dc, il partito d’ispirazione cristiana al governo del Paese con socialisti e partiti laici, poi, negli anni Novanta, dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del Pci e della Dc in seguito a Tangentopoli, al disegno di dare vita a un movimento cattolico impegnato soprattutto in un’azione culturale, decisa in particolare dal Convegno ecclesiale di Palermo, nel 1995.
L’azione culturale dei cattolici italiani mirava e mira a rifare cristiano il tessuto della società e contemporaneamente a garantire l’Italia dall’introduzione di leggi aberranti in tema di bioetica che invece erano state approvate da quasi tutti i governi europei. La Nota dottrinale della Congregazione per dottrina della fede del 2002, il famoso discorso di Benedetto XVI a parlamentari del Partito popolare europeo il 30 marzo 2006, coniarono il termine “principi non negoziabili”, che peraltro era già entrato nella mentalità dei cattolici, almeno in una certa misura.
Esso costituì anche un approccio alla politica, diverso certamente dalla stagione della Democrazia cristiana.
Una delle critiche che vennero portate ai principi non negoziabili fu quella di ridurre l'impegno politico dei cattolici alla difesa di alcuni valori, per quanto importanti, invece di promuovere una cultura politica "generale". E' la stessa accusa lanciata contro il cosiddetto Patto Gentiloni del 1912, che prevedeva un accordo politico in vista delle elezioni del 1913 in base al quale i cattolici avrebbero votato quei candidati che avessero sottoscritto un eptalogo, cioè sette punti irrinunciabili per la dottrina sociale della Chiesa. Anche allora i democratici cristiani criticarono questo tipo di accordo perchè ritenuto espressione di una cultura subalterna verso il liberalismo.
Ma il problema principale non riguarda la collocazione politica bensì il fatto che i principi non negoziabili sono sorgivi e fondativi, come ha detto a Todi il card. Bagnasco. Essi stanno all'inizio e sostengono un progetto politico per il bene di una comunitá; senza di essi non si può parlare veramente di bene comune.
Appare così veramente singolare che qualcuno possa pensare di fondare l'unità fra i cattolici, senza partire dai principi non negoziabili, perchè soltanto questi ultimi sono veramente indiscutibili, mentre sul resto i cattolici possono avere opinioni diverse. Oltretutto, appare veramente singolare sostenere che la promozione dei principi non negoziabili non abbia conseguenze politiche. Pensate soltanto a come è cambiato il clima culturale quando cattolici e laici non cattolici hanno trovato un accordo nel Paese e in Parlamento per proporre la legge 40 che, pur non essendo rispettosa del diritto naturale in molti suoi aspetti, poneva dei limiti alla procreazione assistita, oppure quando hanno bocciato per due volte una legge sull'omofobia, oppure quando hanno affossato i Dico con la imponente manifestazione del family day. E si potrebbe continuare ...
Marco Invernizzi
mercoledì 29 giugno 2011
Newsletter - n. 57
Sua Eminenza il cardinale Angelo Scola è il nuovo arcivescovo di Milano.
Nato nella diocesi ambrosiana, tornerà nella sua terra da pastore, dopo avere guidato le diocesi di Grosseto e di Venezia. Tornerà nel seminario di Venegono, che dovette lasciare per le incomprensioni che allora, negli anni attorno al 1968 ferivano la comunità ecclesiale. Sarà infatti ordinato dal vescovo di Teramo nel 1970. Grande amico di mons. Luigi Giussani e appartenente al movimento di Comunione e liberazione, filosofo e teologo con 120 pubblicazioni scientifiche, è stato fermamente voluto da Papa Benedetto XVI alla guida della più grande diocesi d'Europa.
Non tornerà a Milano per contrapporsi ai suoi due predecessori, ma per portare il suo specifico contributo alla continuazione della diocesi di Ambrogio e Carlo Borromeo. La Chiesa non è un partito dove cambiano i segretari e le linee politiche, ma il corpo di Cristo guidato dai successori degli Apostoli con alla testa il vescovo di Roma. Certamente la diocesi ambrosiana esce da decenni di grande difficoltà e nessuno può negare esista un profondo smarrimento in parte del clero e dei fedeli di fronte ad atteggiamenti assunti dalla Curia e da sacerdoti in posizione molto visibile.
Tuttavia, credo che l'ultima cosa che il nuovo arcivescovo desideri sia di essere accolto in polemica con i suoi predecessori.
Da parte sua, Alleanza Cattolica lo saluta con l'affetto che ha chiesto nel suo primo messaggio ai milanesi, gli assicura le preghiere dei suoi soci e amici e la disponibilità a servire la Chiesa ambrosiana con tutti i modi di cui è capace.
Certa, come recita il motto episcopale del card. Scola, che sufficit gratia Tua.
Marco Invernizzi
venerdì 20 maggio 2011
Newsletter - n. 56
Se avete la pazienza di leggere il programma del candidato vendoliano del centro-sinistra, tuttavia, troverete motivi ulteriori per impiegare questi pochi giorni a convincere l’oltre 30% dei milanesi che non è andato a votare a partecipare al ballottaggio dell’ultimo fine settimana di maggio. Qui non si tratta di simpatia o antipatia per il candidato del centro-destra e del leader del Pdl, ma di impedire che Milano cada sotto la guida di un uomo che prevede, nel suo programma, fra l’altro:
• le “donne autiste di notte”
• le “famiglie plurali” con l’istituzione del famigerato registro delle unioni civili, che significa equiparazione al matrimonio delle coppie di fatto sia etero sia omosessuali
• le “scuole aperte tutto il giorno, tutti i giorni, tutto l’anno” (che cosa vorranno mai insegnare ai poveretti lontani da casa, dalle famiglie, da amicizie liberamente scelte anche fuori dalla scuola)
Inoltre non vi sfugge il rischio che a Milano, dove era nata, vada in frantumi la costruzione politica di Silvio Berlusconi, che è stato capace, dal 1993 fino a oggi, di unire in una coalizione le diverse culture conservatrici del Paese, come ho cercato di raccontare sul quotidiano on line labussolaquotidiana.it.
L’alternativa al governo dei moderati che attualmente guida il Paese, e Milano, consiste in un ritorno al potere legislativo ed esecutivo delle forze ideologiche che esprimono più compiutamente la “dittatura del relativismo”, denunciata da Benedetto XVI come la caratteristica negativa del nostro tempo.
Rimangono pochi giorni al ballottaggio, ma invertire la tendenza forse è possibile. Il centro-sinistra ha sostanzialmente gli stessi voti di 5 anni fa, mentre al centro-destra basterebbero 50mila voti di quelli che ha perduto per vincere al secondo turno. Difficile ma non impossibile, soprattutto se è vero, come scrivono molti analisti, che Pisapia non prenderà un numero maggiore di voti al ballottaggio rispetto al primo turno.
Sarebbe un risultato straordinario, mi rendo conto, ma è già accaduto, a Roma, nel ballottaggio fra Rutelli e Alemanno, nel 2008.
50mila milanesi in più: sperare, pregare e andare a votare, perché i “principi non negoziabili” con Pisapia sindaco avrebbero molto da soffrire.
Marco Invernizzi
giovedì 21 aprile 2011
Newsletter - n. 55
intanto gli auguri per l’imminente Pasqua.
Una Pasqua, quella di quest’anno, nel segno della beatificazione di Giovanni Paolo II, che avverrà il prossimo 1° maggio, nella prima domenica dopo Pasqua, la festa della Divina Misericordia istituita proprio dal Papa nel 2000 con la canonizzazione di santa Faustina Kowalska, la “santa della misericordia”, suora polacca sepolta a Cracovia, che il Pontefice ebbe sempre in cima ai suoi pensieri.
I 27 anni di pontificato di Giovanni Paolo II hanno segnato la storia non soltanto della Chiesa ma del mondo intero, perché in questo periodo sono avvenuti cambiamenti radicali, a cominciare dal venir meno del Muro di Berlino nel 1989 e dalla fine dell’Unione Sovietica, nel 1991. Sembrava che la storia fosse finita, ma ci si sbagliava. Sulle ceneri dell’ideologia comunista non stava sorgendo il regno di Maria, come profetizzato dalla Madonna a Fatima, bensì la “dittatura del relativismo”. Mentre il relativismo penetrava sempre più in profondità nel tessuto sociale del mondo occidentale, si risvegliavano fondamentalismi pseudo religiosi, in particolare l’islamismo radicale. Dopo il decennio degli anni Novanta segnato dalle guerre drammatiche e dagli stermini avvenuti nei Balcani e in alcuni Paesi africani, nel 2001, l’11 settembre, la storia sembrava ricominciare a “correre”, in seguito all’attentato alle Torri gemelle, nel cuore degli Stati Uniti.
Dopo il 1989, anche l’11 settembre del 2001 entrerà negli eventi epocali che segnano la storia. Papa Giovanni Paolo II ci ha aiutato a comprendere il significato profondo di questi avvenimenti e il suo stesso pontificato in qualche modo può essere diviso in due, prima e dopo la caduta dei regimi comunisti. Il Papa “polacco” darà il suo importante contributo ai fatti polacchi, dove il “regime della classe operaia” dovrà subire l’umiliazione di essere abbandonato proprio dagli operai, che daranno vita nel 1980 al Sindacato Solidarnosc, che dieci anni dopo farà definitivamente cadere il regime che aveva oppresso il popolo polacco dopo la Seconda guerra mondiale.
Dopo la fine dell’Urss, il Papa potrà concentrare maggiormente il suo Magistero, all’interno dell’Occidente, nella proposta di una nuova evangelizzazione, come via d’uscita dalla crisi imposta dal secolarismo. Una secolarizzazione frutto non più delle ideologie forti del ‘900, ma del “pensiero debole” che spegne la domanda sulla verità, soprattutto nel cuore dei giovani. E a questi ultimi in modo particolare il Papa si rivolgerà, ricevendo da loro un omaggio straordinario in occasione della sua morte, nel 2005.
Oggi rimane soprattutto il suo Magistero, ampio e profondo come pochi altri. Certamente il suo carisma, la sua santità, la sua capacità di comunicare, ma se perdiamo il contatto con il suo insegnamento rischiamo di perdere, nel tempo, la sua più preziosa eredità.
Per questo abbiamo dedicato al Magistero di Giovanni Paolo II uno dei tre Ritiri di formazione e preghiera che Alleanza Cattolica organizza nel corso di ogni anno. Si terrà presso il santuario di Caravaggio, sabato e domenica 28 e 29 maggio. Se volete partecipare potete iscrivervi telefonando ad Alleanza Cattolica Milano al 339-5007708.
Ancora i migliori auguri per una buona e santa Pasqua
Marco Invernizzi
giovedì 10 marzo 2011
Newsletter - n. 54
il 2011 è cominciato all’insegna del 150° anniversario dell’unificazione italiana, almeno per quanto riguarda le nostre attività principali. Intanto il Convegno a Roma del 12 febbraio, che è andato molto bene sia per la presenza del pubblico che ha gremito la capiente e splendida Sala della Protomoteca in Campidoglio, sia soprattutto per gli interventi dei nostri militanti e degli ospiti, che si sono ottimamente integrati. In quella occasione è stato presentato il libro edito da Cantagalli con i testi degli interventi o comunque sui temi previsti, e anche questo è un grande successo perché solitamente gli atti dei convegni vengono stampati anni dopo l’evento (il libro 1861-2011. A 150 anni dall’Unità d’Italia. Quale identità?, € 18, lo potete richiedere a info@libreriasangiorgio.it). Un modo per sostenere questa buona battaglia sul Risorgimento è quello di regalare a un amico questo libro!
Ma la cosa più importante è cominciata dopo. Si tratta infatti di cogliere le opportunità offerte dall’anniversario per svolgere il più intensamente possibile il compito specifico dell’apostolato culturale di Alleanza Cattolica, ossia cercare di far penetrare nel corpo sociale un’interpretazione della storia nazionale che salvaguardi l’Unità ma metta in luce le ferite del Risorgimento. Insomma, Unità sì, Risorgimento no, come cerchiamo di sintetizzare nei numerosi interventi che stiamo facendo in tutta Italia, sia presentando il libro o altri libri sul tema, sia partecipando ad incontri promossi da istituzioni, parrocchie o forze politiche e circoli culturali. A questo proposito ricordo l’imminente Convegno sul tema, organizzato dalla Provincia di Milano, da Alleanza Cattolica e dall’Isiin, che si terrà a Milano sabato 19 marzo e del quale potete trovare l’invito in allegato.
Il martirio dei cristiani in Pakistan
Un secondo tema, purtroppo di drammatica attualità, riguarda la persecuzione di cui sono vittime in Pakistan i cristiani. Il ministro per le minoranze religiose, Shabaz Bhatti, è stato assassinato il 2 marzo da un commando di terroristi islamici che lo accusavano di difendere Asia Bibi, la donna cattolica in prigione con l’accusa di aver “parlato male” dell’islam e di Maometto. Aveva 42 anni ed era cattolico. Nel suo testamento spirituale aveva messo in conto la possibilità concreta di essere assassinato per la sua difesa della libertà religiosa ed in particolare per la sua opposizione alla legge dello Stato pakistano sulla blasfemia, con la quale dal 1986 (anno della sua introduzione) sono stati condannate quasi mille persone, metà delle quali, fra l’altro, musulmane. Anche il Santo Padre ha chiesto l’abolizione di questa legge, che si presta a qualsiasi abuso e viola la libertà di esprimere opinioni sull’islam. Essa è criticata anche da esponenti musulmani moderati ed è costata la vita del governatore del Punjab, Salman Taseer, un musulmano assassinato il 4 gennaio scorso da una sua guardia del corpo per gli stessi motivi che sono costati la vita del ministro Bhatti.
Ora, la cosa che stupisce e rattrista è l’indifferenza dell’opinione pubblica occidentale. Il Tg1 delle ore 20 del giorno dell’assassinio di Bhatti non ha neppure inserito la notizia fra i titoli di apertura. I giornali, salvo quelli cattolici, non hanno dato alcun risalto alla notizia. Eppure era un ministro ed era cattolico. Come avvenuto anche dopo l’assassinio del governatore del Punjab, le proteste diplomatiche sono state di circostanza, ma non sono apparse serie e convinte.
Il mondo occidentale ha perso la propria identità e anche la stessa intelligenza dei problemi internazionali, per cui reagisce soltanto quando vede direttamente compromessi, o in pericolo, i propri interessi materiali, come avviene per la Libia. Eppure non capisce che in Pakistan è in gioco una battaglia decisiva per il futuro del mondo, una battaglia contro il terrorismo e il fondamentalismo, che si combatte in Afghanistan così come all’interno dello stesso governo pakistano. Una battaglia che ha le sue vittime e i suoi martiri e che ha bisogno del sostegno dell’opinione pubblica per essere vinta.
Per questo ognuno di noi ha un compito nella guerra contro il terrorismo e il fondamentalismo, perché ogni persona può informarsi, leggere o regalare un libro, fare qualcosa che attiri l’attenzione di un pubblico distratto, aiuti a conoscere i problemi di quell’area del mondo e l’eroismo, spesso il martirio vero e proprio, di chi offre la vita per testimoniare la verità e la libertà contro ingiustizia e violenza, spesso di Stato.
Anche in questa occasione, appare la lungimiranza del Magistero pontificio che ha posto la libertà religiosa al centro delle proprie attenzioni, in particolare per la Giornata mondiale della Pace 2011, insistendo sul fatto che essa è un diritto di ogni persona a non subire interferenze da parte dello Stato in materia religiosa e non è un problema confessionale.
Beatificazione Giovanni Paolo II
Altro grande avvenimento dei prossimi mesi è la beatificazione di papa Giovanni Paolo II, prevista per il 1° maggio. Sarà probabilmente uno dei maggiori eventi della storia religiosa del mondo, per quantità dei partecipanti ed eco sui media. Mi permetto solo di aggiungere e segnalare l’attenzione anche al Magistero di questo grande Pontefice, un insegnamento enorme, durato a lungo nel tempo, in gran parte sconosciuto e comunque non ancora metabolizzato nei seminari, nelle università e istituti di formazione religiosa.
Marco Invernizzi
martedì 1 febbraio 2011
Newsletter - n. 53
è disponibile un piccolo libro che vale molto di più delle 76 pagine da cui è costituito. E costa soltanto € 7,90. Lo ha scritto Francesco Pappalardo, socio di Alleanza Cattolica e studioso del Risorgimento e dell’identità italiana. Può servire a tutti coloro che vogliono farsi un’idea di che cosa sia accaduto in quel periodo cruciale della vicenda italiana che va dall’invasione francese nel 1792 al dominio napoleonico (1796-1814), per giungere al periodo propriamente risorgimentale (che però non si può capire senza il ventennio giacobino e napoleonico), che va dalla Restaurazione del 1815 alla nascita dello Stato unitario nel 1861.
Servirà a chi, avendo poco tempo a disposizione, vuole comunque affrontare i tanti nodi di questo periodo cruciale e a chi, per esempio dovendo preparare una conferenza, o tenere una lezione, o preparare un esame universitario, vuole avere una griglia di lettura dei fatti.
La griglia di lettura parte dalla distinzione fra l’Unità e il Risorgimento. La prima è stata una unificazione politica resa necessaria dal venir meno del Sacro Romano Impero, nel 1806, per volontà di Napoleone, e dal conseguente conflitto più o meno strisciante fra Stati europei che avrebbe penalizzato quelli troppo piccoli. Il Risorgimento, invece, è stata una rivoluzione culturale che ha cercato di ribaltare il senso comune degli italiani: non era necessario, soprattutto con le caratteristiche che lo hanno contrassegnato.
Il Risorgimento ha provocato tre ferite, che continuano a sanguinare nel corpo della nazione: la questione istituzionale, dovuta alla scelta di un modello centralista per lo Stato unitario; la questione meridionale, con una guerra civile durata almeno dieci anni, fino alla conquista di Roma da parte dell’esercito italiano, nel 1870; e la questione cattolica, dovuta al conflitto fra Chiesa e Stato, che il Concordato del 1929 avrebbe risolto soltanto sul piano giuridico.
Il libro di Pappalardo suggerisce una più profonda comprensione degli avvenimenti che portano all’unificazione, a cominciare dal 1848, che segna l’inizio formale della questione cattolica con il grande rifiuto di papa Pio IX di dichiarare guerra all’Austria. Aiuta anche a inquadrare i principali protagonisti, a cominciare dai cosiddetti padri della patria, dei quali crediamo di sapere tutto, ma in verità conosciamo ben poco.
Infine una breve ma importante bibliografia aiuterà ad approfondire chi avrà tempo e desiderio di farlo.
Il libro serve anche per ricordare l’importante appuntamento che Alleanza Cattolica si appresta a celebrare sabato 12 febbraio a Roma, nella sala del Campidoglio, per ricordare “criticamente” questo 150° anniversario della nascita dello Stato italiano.
Marco Invernizzi
giovedì 21 ottobre 2010
Newsletter - n. 52
tra poco più di due mesi comincerà l’anno 2011, in cui cadrà il 150° anniversario della nascita dello Stato italiano (1861-2011).
Abbiamo già potuto ascoltare diverse pre-commemorazioni da parte dei vertici istituzionali dello Stato, se andate in libreria trovate vetrine e banchi dedicati all’avvenimento e spesso i giornali dedicano pagine all’evento che si profila. Probabilmente ci stancheremo presto di questa musica “politicamente corretta”. D’altra parte in Italia viviamo e anche questa è un’occasione per riflettere su “chi siamo” e per ricercare un’identità nazionale che tanto servirebbe al nostro Paese.
E’ vero infatti che l’identità nasce intorno a principi e avvenimenti che si “vivono” nella realtà e grazie ai quali si può avviare una riflessione che a sua volta può aiutare il sorgere del senso di appartenenza attorno a un comune sentire. Da questo punto di vista sono stati molto significativi i funerali dei nostri soldati caduti a Nasiriyya nel 2003, celebrati dal card. Ruini di fronte alle massime autorità civili e militari e a una folla straordinaria commossa e partecipe. Purtroppo la stessa cosa non è avvenuta in occasione della recente morte dei quattro alpini assassinati da gruppi talebani in Afghanistan, forse perché la nostra classe dirigente era distratta da altre, e certamente meno nobili e importanti, vicende. Ma è anche vero, che una riflessione attorno a un evento storico può aiutare a ricordare, a distinguere il bene e il male, a riconoscere i problemi della nostra storia nazionale.
Alleanza Cattolica farà la sua parte, che è quella di indicare quali sono le radici d’Italia, chi le ha difese e chi ha tentato di reciderle. Sabato 12 febbraio 2011 a Roma si svolgerà un importante convegno nazionale, del quale darò al più presto le principali indicazioni.
Oggi intanto abbiamo a disposizione un nuovo libro di Francesco Pappalardo su uno dei personaggi più significativi del Risorgimento, Giuseppe Garibaldi, e sul ruolo avuto nel processo di unificazione del Paese. Un libro importante, che raccomando a tutti, ma specialmente a insegnanti, a parroci e animatori di centri culturali, a responsabili culturali di partiti e movimenti politici, perché può aiutare ad affrontare uno dei nodi principali della nostra storia: perché fare di Garibaldi un mito? Perché si è voluto mettere al centro dell’identità nazionale un uomo con queste caratteristiche?
La sua biografia sembra fatta per dividere: un cattolico onesto, che voglia amare la sua patria, rispettare le autorità attuali, non può però identificarsi con chi reclamava nel suo testamento di rifiutare ogni conforto religioso in punto di morte: «[…] trovandomi in piena ragione oggi, non voglio accettare in nessun tempo, il ministero odioso, disprezzevole e scellerato d’un prete che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare».
Marco Invernizzi
Il libro di Francesco Pappalardo, Il mito di Garibaldi. Una religione civile per una nuova Italia, pref. di Alfredo Mantovano, Sugarco, € 18,50, lo potete richiedere a info@libreriasangiorgio.it (è anche possibile organizzare presentazioni del libro).
martedì 14 settembre 2010
Newsletter - n. 51
Fra l’11 settembre e il viaggio del Papa in Gran Bretagna
«Voi avete, come si usa dire, “una marcia in più”. Sì, la memoria storica è veramente una “marcia in più” nella vita, perché senza memoria non c’è futuro. Una volta si diceva che la storia è maestra di vita! La cultura consumistica attuale tende invece ad appiattire l’uomo sul presente, a fargli perdere il senso del passato, della storia; ma così facendo lo priva anche della capacità di comprendere se stesso, di percepire i problemi, e di costruire il domani. Quindi, cari giovani e care giovani, voglio dirvi: il cristiano è uno che ha buona memoria, che ama la storia e cerca di conoscerla» Benedetto XVI, incontro con i giovani a Sulmona, 4 luglio 2010).
Il Papa ha rivolto queste parole ai giovani di Sulmona la scorsa estate, riprendendo un tema che gli è caro, quello relativo all’importanza di conoscere la storia, per non dimenticare le proprie radici, per non esporsi al rischio della manipolazione ideologica.
Queste parole capitano a cavallo di due avvenimenti importanti: la rievocazione di quanto accaduto l’11 settembre 2001 con l’attacco terroristico alle Torri Gemelle e l’imminente viaggio pastorale del Pontefice in Gran Bretagna per la beatificazione del card. John Henry Newman (1801-1890), il grande apologeta convertito dall’anglicanesimo nel secolo XIX.
Quanto è accaduto l’11 settembre del 2001 rimarrà nei libri di storia a indicare un evento simbolo di un cambiamento epocale, l’inizio di una nuova guerra fra il terrorismo internazionale (questa volta d’ispirazione fondamentalista) e l’Occidente, dopo la fine della Guerra fredda (1946-1989) e la caduta del Muro di Berlino (1989). La storia non è finita con la caduta del sistema sovietico e la fine della capacità di seduzione della più insidiosa e organizzata delle ideologie, appunto il comunismo, ma è cominciata una nuova epoca, quella che stiamo attraversando, segnata dalla malattia della civiltà occidentale e dalla sfida dei fondamentalismi, soprattutto dell’islamismo, una sfida culturale che a volte assume anche i caratteri della violenza e del terrorismo, come dimostrano la lunga serie di attentati sia nella lotta all’interno del mondo islamico sia dentro il mondo occidentale, come appunto l’11 settembre, come a Madrid (11 marzo 2004) e a Londra (7 luglio 2005), per citare i più carichi di lutti. La malattia dell’Occidente è il laicismo, ossia la perdita di consapevolezza e di amore per le proprie radici cristiane. (Su questo punto è illuminante la recensione di Omar Ebrahime al libro di Lee Harris, La civiltà e i suoi nemici. Il prossimo passo della storia, Rubbettino 2009, sul sito www.identitanazionale.it).
Il laicismo ha provocato la separazione in Europa della società e degli Stati dalla Chiesa cattolica e in generale dalla religione cristiana, lungo i due secoli ideologici dalla Rivoluzione francese alla caduta del Muro di Berlino (1789-1989). Il laicismo è sopravvissuto alla fine delle ideologie e continua a contrassegnare il nostro mondo, attraverso quella “dittatura del relativismo” indicata dal card. Ratzinger poco prima di diventare Benedetto XVI, nel 2005. Il relativismo porta gli intellettuali dell’Occidente a ritenere la civiltà occidentale come l’unica responsabile dei mali del mondo. Ma questo non è vero. L’Occidente non ha portato nel mondo soltanto ombre, soprattutto quando è stato capace di rimanere fedele alle sue radici cristiane.
L’Occidente è stato una civiltà cristiana, ma non coincide con la Chiesa. Tuttavia, l’attacco all’Occidente coinvolge la Chiesa, che ne è l’anima, così come l’attacco alla Chiesa, e al Papa che ne è il segno più evidente, colpisce anche l’Occidente nella misura in cui lo allontana dalla sua origine.
I cristiani d’Occidente devono re-imparare a volersi bene, ad amare la propria storia. Per questo dobbiamo seguire il Pontefice nelle sue frequenti raccomandazioni a studiare la storia, non solo quella che comincia col 1789, ma anche e soprattutto quella precedente, che ci informa sulla nostra identità ed è la premessa per tornare ad amare la nostra tradizione, anche civile.
Come avviene per tutte le cose umane, anche la nostra storia ha conosciuto luci e ombre. Bene ha fatto Giovanni Paolo II a chiedere di perdonare i cattolici, nostri antenati, che hanno sbagliato. Ma non dimentichiamo il bene compiuto, la grande civiltà del passato espressa da monumenti, opere d’arte, da un modo di pensare e di vivere che per secoli ha illuminato il mondo. E soprattutto diventiamo orgogliosi della santità di tanti, sacerdoti e religiosi, laici di entrambi i sessi, che hanno reso più bella l’umanità con la loro vita esemplare.
In questa prospettiva, il viaggio in Inghilterra di Benedetto XVI potrebbe aiutare i cristiani a ritrovare fiducia in loro stessi ricucendo la ferita rappresentata dalla separazione con il mondo anglicano, che data ormai dal XVI secolo. Una ferita che frena la strada dell’ecumenismo verso la riunificazione di tutti i cristiani nell’unica Chiesa di Cristo, e che perciò scandalizza il mondo e rende più difficile la nuova evangelizzazione. Ecco perché giovedì 23 settembre Alleanza Cattolica organizzerà a Milano nella propria sede un incontro per illustrare la figura del card. Newman e per rilanciare la parole del Santo Padre.
Milano, 12 settembre 2010
Festa del Nome SS di Maria
Marco Invernizzi
mercoledì 9 giugno 2010
Newsletter - n. 50
nel prossimo anno si svolgeranno molte iniziative per la celebrazione del 150° anniversario dell’unità d’Italia (1861-2011).
Il tema è molto importante perché offre la possibilità di riflettere su che “cosa è l’Italia” e su “chi sono gli italiani”, cioè di favorire un esame di coscienza collettivo circa l’identità della nostra nazione. Ricordo anche che nel 1861 non nasce l’Italia, che esisteva almeno da un millennio, ma lo Stato nazionale, cioè un nuovo vestito per un corpo antico.
Una riflessione di questo tipo non è mai senza conseguenze, perché un popolo vive e cresce soprattutto attraverso la percezione che ha di se stesso. Questa percezione si forma soprattutto attraverso una riflessione sul proprio passato, sulla risposta che viene data alle grandi domande relative alla propria storia nazionale. So che molti diranno che oggi pochissimi sono interessati ad avere una qualsiasi interpretazione della propria storia nazionale, ma forse proprio questo è uno degli aspetti più gravi del problema. Infatti, un popolo che non conosce il proprio passato, che non sente il desiderio di riconoscersi in una identità culturale, assomiglia a un uomo che non conosce i propri genitori, i propri nonni, insomma una persona senza radici, una persona essenzialmente debole. Un popolo così è facilmente manipolabile.
Vi sono due aspetti che mi piace mettere in luce subito a proposito di questa importante ricorrenza e che costituiranno il motivo di fondo dell’attenzione che Alleanza Cattolica dedicherà a questo anniversario.
I due aspetti sono l’Unità e il Risorgimento.
L’unità politica è l’esito di quel processo politico iniziato con l’occupazione dell’Italia da parte delle truppe francesi dal 1792 fino alla definitiva sconfitta di Napoleone nel 1815, ripreso attraverso i moti rivoluzionari del 1848, culminato nella proclamazione del Regno d’Italia nel 1861 e che si compirà con l’invasione di Roma da parte dell’esercito italiano nel 1870 attraverso la Breccia di Porta Pia.
Oggi abbiamo alle spalle 150 anni di storia unitaria, raggiunta attraverso strappi e violenze, ma un altro strappo e nuove violenze servirebbero soltanto a esasperare le ferite. L’Unità va mantenuta.
Il Risorgimento è un’altra cosa. Esso è il modo in cui questa unificazione è avvenuta, cioè riguarda le finalità ideologiche e le modalità politiche e militari con cui l’Italia è diventata uno Stato nazionale. Se l’unità è una realtà che sarebbe “ideologico” e imprudente disprezzare, sul Risorgimento bisogna dare un giudizio. Esso ha provocato alcune ferite profonde nel corpo sociale e queste ferite vanno conosciute, giudicate, per poter essere medicate e accettate.
Il Risorgimento ha provocato almeno tre ferite che hanno determinato a loro volta tre questioni, ancora aperte: la “questione cattolica”, la “questione federalista”, la “questione meridionale”. La prima è avvenuta in seguito al fatto che dopo il 1848 chi ha voluto unificare l’Italia lo ha fatto consapevolmente contro le sue radici cristiane. La seconda ferita riguarda la forma dello Stato, essendo stato scelto un modello centralista invece di un abito federalista, così palesemente più adatto alle caratteristiche dell’Italia preunitaria. La terza questione nasce dal fatto che fra il 1860 e il 1870 c’è stata in Meridione una guerra civile che ha provocato circa 10mila morti, in seguito all’occupazione dell’esercito italiano.
Queste tre ferite hanno continuato a sanguinare, in modi diversi, nei 150 anni trascorsi, e soprattutto sono state affrontate con preclusioni ideologiche, anche se qualcosa è certamente migliorato negli ultimi vent’anni, dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989.
Ma non volevo scrivervi di questo, bensì raccomandarvi un Quaderno del Timone appunto sul tema Il Risorgimento, appena uscito, scritto da Francesco Pappalardo, un caro amico direttore dell’Istituto per la dottrina e l’informazione sociale (IDIS), oltre che autore di diverse e importanti opere storiche. Si tratta di una preziosa introduzione al tema, leggibile da chiunque eppure profonda.
Potete richiederla alla libreria san Giorgio (info@libreriasangiorgio.it), costa solo 6 €.
Marco Invernizzi
venerdì 14 maggio 2010
Newsletter - n. 49
il 21 e il 22 maggio Joseph Nicolosi sarà in Italia per un convegno promosso da diverse associazioni, fra cui Alleanza Cattolica. La presenza nel nostro Paese del medico americano che da decenni pratica con successo la “terapia riparativa” nei confronti di uomini che sentono pulsioni omosessuali indesiderate sta suscitando reazioni profondamente negative. I suoi interventi e i suoi libri (tradotti in italiano da Sugarco e che possono essere richiesti a info@libreriasangiorgio.it), tuttavia, hanno suscitato tante speranze e risolto molte situazioni esistenziali.
La “terapia riparativa” pone tre problemi diversi eppure collegati. Cercherò di affrontarli in modo comprensibile a tutti, utilizzando un linguaggio il più semplice possibile.
1.
Il primo problema riguarda l’esistenza di una natura umana sessuata. Gli uomini nascono maschi o femmine e il loro orientamento sessuale è naturalmente orientato verso l’altro sesso? E coloro che provano un orientamento sessuale verso il proprio sesso devono questa condizione a traumi o a problemi legati all’educazione familiare, che possono essere affrontati e risolti appunto da una terapia riparativa, come spiega proprio Nicolosi facendo riferimento ai tanti casi affrontati nel corso della sua professione?
E’ fuori di dubbio che esista oggi nel mondo occidentale un violento attacco ideologico contro l’ultima differenza, quella fra il maschio e la femmina, in nome del rifiuto dell’esistenza di una natura data, che l’uomo trova e deve rispettare se vuole sviluppare la propria umanità. Ed è anche indubbio che chiunque si opponga e denunci questo attacco, venga accusato di omofobia, cioè di essere nemico della libertà di scegliere qualsiasi cosa per sé e per il proprio orientamento sessuale. Accade così una cosa singolare: tutti devono avere il diritto di proporre come normale qualsiasi orientamento sessuale (gay, lesbiche, bisessuali o transessuali) perché desiderato da qualcuno, ma questo stesso diritto viene negato a chi invece sostiene che esista una natura sessuata, cioè che si nasce maschi o femmine. Così, in pratica, viene contestato il diritto di proporre l’esistenza di una verità sulla persona, scritta nel cuore dell’uomo da chi lo ha creato, e riscontrabile nella natura. Senza Dio tutto è possibile, scriveva Fëdor Michajlovič Dostoevskij.
2.
Il secondo problema riguarda appunto la libertà. Coloro che provano pulsioni omosessuali indesiderate hanno il diritto di chiedere (in particolare agli psicoterapeuti) di essere aiutati a recuperare una eterosessualità che desiderano, senza essere costretti a diventare gay, lesbiche, bisessuali o transessuali, cioè senza diventare militanti di una causa che non vogliono servire? Non è che l’astio, la violenza con cui questo diritto viene osteggiato nell’ambiente degli psicologi e dei psicoterapeuti, e anche dei medici in generale, sia l’espressione di un rifiuto ideologico dell’esistenza di una realtà, la natura sessuata della persona, che non vogliono accettare e accogliere?
3.
Di conseguenza esiste un problema terapeutico, cioè del diritto a una terapia richiesta. Perché coloro che provano desideri omosessuali devono poter essere aiutati a esternare questa loro condizione (coming out, si chiama) e non possono essere aiutati a superare una condizione che non desiderano?
Si pone così un grave problema di libertà, da parte del singolo che richiede la terapia riparativa e da parte dello psicoterapeuta che intende esercitarla. Per quale motivo Nicolosi e chi come lui intende continuare sulla strada della terapia riparativa diventa oggetto di odio e di contestazione senza confronto?
Io credo che il convegno con Nicolosi del 21 e 22 maggio possa essere l’occasione per affrontare e superare dubbi, incertezze e fraintendimenti a proposito della terapia riparativa. Purché le proposte di Nicolosi vengano ascoltate e accolte senza pregiudizi ideologici.
Marco Invernizzi
giovedì 15 aprile 2010
Newsletter - n. 48
Care amiche, cari amici,
tra sabato sera e domenica pomeriggio (11.12 aprile) su Canale 5 (Tv di centro-destra?) sono andati in onda rispettivamente un’intervista a un uomo “incinto” (si dice così?) con tanto di compagna/o a fianco, già genitori di altri due figli, e una lunga intervista all’on. Paola Concia, già presidente dell’Arcilesbica, parlamentare del Partito democratico, che per oltre mezz’ora ha raccontato la sua iniziazione omosessuale e la sua decisione di convolare a nozze con la sua nuova compagna tedesca (in Germania, perché nell’Italia reazionaria guidata dal capo del governo e della Tv alla quale era stata invitata non si può ancora). La cosa ancora più sorprendente era che le due interviste erano precedute o seguite da altri personaggi miracolati da padre Pio, ad attrici particolarmente affascinanti, il tutto mischiato in una totale confusione che lasciava sconcertato il povero telespettatore. E la cosa che mi ha colpito anche di più era l’impegno delle giornaliste intervistatrici nel presentare come “normale” tutto quanto “passava” sullo schermo, saltando con noncuranza dal parto maschile alla santità e al miracolo, all’omosessualità ritenuta come condizione normale.
Questa probabilmente è l’essenza del relativismo, ossia l’assenza di giudizio, di distinzione fra vero e falso, bene e male, l’equiparazione indistinta di ogni cosa. E l’impossibilità, se non a prezzo dell’isolamento, di giudicare negativamente questa situazione, di affermare che non tutto è opinabile, modificabile, equiparabile.
Ma perché questa considerazione?
Perché credo che l’aggressione mediatica a cui la Chiesa è attualmente sottoposta (il Papa e la figura del sacerdote in particolare) rischi di confondere anche noi che crediamo di esserne immuni, perché tutto viene confuso e ogni giorno viene aperto un nuovo fronte che impedisce di approfondire e comprendere quello precedente, aggiungendo incertezza ad incertezza. Del resto, non è necessario accendere una Tv per provare questa sensazione, ma una cosa simile avviene quando si entra in una libreria (anche cattolica) e si vedono centinaia di titoli uno accanto all’altro, a prescindere dall’impostazione dell’autore: tutto e il contrario di tutto.
Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’evocazione di questioni di enorme portata storica e dottrinale, poste una accanto all’altra come se si trattasse di vicende risolvibili con qualche battuta: la questione ebraica, quella omosessuale, quella relativa alla pedofilia. Il sottofondo ideologico a questi continui approcci giornalistici è che se non ci fosse la Chiesa con la sua intransigente pretesa di ritenere che esista una sola natura umana, il mondo sarebbe più sereno perché non scoppierebbero inutili conflitti. Se poi la Chiesa non fosse così esagerata nelle sue pretese in materia sessuale (e questo traspare anche da autori cattolici come Alberto Melloni sul “Corriere della Sera” del 14 aprile), l’umanità sarebbe indubbiamente più felice.
Allora, forse, vale la pena di chiudere i giornali e spegnere le Tv per un attimo e pensare alla posta in gioco dietro questo frastornante e continuo clamore mediatico. Anche se tutto passa attraverso la ricerca del sensazionale per vendere più copie e ottenere un aumento degli ascolti, sono due gli obiettivi: il Papa come custode e garante della Chiesa, e l’esistenza di una natura umana che implichi un giudizio negativo di ogni pretesa di fare apparire come normale ciò che è contrario alla natura dell’uomo. Perché se non c’è una natura non esiste neppure un progetto divino, ma allora non c’è neppure una meta finale di felicità nella prospettiva esistenziale dell’uomo e non c’è un Dio che accompagni e accolga la stessa esistenza umana. E se è così il Papa, ogni Papa non solo Benedetto XVI, è un ostinato e convinto capo di qualcosa, la Chiesa, che non ha motivo di esistere.
Marco Invernizzi
domenica 11 aprile 2010
Newsletter - n. 47
Care amiche, cari amici,
Non sono sicuro che si sia compreso adeguatamente quanto accaduto, per questo lo riassumo. Un aereo polacco è precipitato sul suolo russo dove stava atterrando per commemorare il 70° anniversario dell’assassinio nella foresta di Katyn da parte sovietica di un’altra classe dirigente composta da circa 22mila fra ufficiali e militari polacchi. Sono morti il Capo dello Stato Lech Kaczynski con la moglie Maria, il Capo di Stato maggiore, i vertici dell’esercito, della marina, dell’aereonautica, il governatore della Banca centrale polacca, 13 ministri del governo, diversi deputati, il candidato conservatore alle prossime elezioni presidenziali, il vescovo cappellano dell’esercito e altre figure storiche della resistenza polacca contro il comunismo durante la seconda guerra mondiale e durante l’epopea di Solidarnosc. Il gemello del Presidente non era sull’aereo soltanto perché era rimasto in ospedale accanto alla madre malata.
L’amica polacca mi ha riassunto così: “c’era tutta la destra polacca su quell’aereo”. Ed è vero, se pensiamo che il partito del Presidente e del suo gemello Jaroslaw, “Legge e Giustizia”, era nato come costola di destra del sindacato Solidarnosc che mandò in crisi il regime comunista polacco negli anni Ottanta del secolo scorso, e Lech Kaczynski era stato uno dei principali consiglieri quando Lech Walesa divenne Presidente della Repubblica nel 1990. Un partito conservatore, rispettoso delle tradizioni cristiane della Polonia.
Vi sono nella storia popoli-vittime, come quelle anime che sembrano incaricate dal piano di Dio di immolarsi con le loro sofferenze per la salvezza del mondo e degli uomini. Me ne vengono in mente alcuni, come il popolo vietnamita e quello cambogiano, o coloro che oggi continuano a vivere nel gulag della Corea del nord, popoli colpiti da tragedie naturali oltre a quelle provocate dalle ideologie. Ma la storia del popolo polacco la conosciamo meglio, per la vicinanza geografica, per la storia comune. La tragedia di oggi è avvenuta nel 70° anniversario del massacro di Katyn, per cinquant’anni negato dall’Urss e attribuito alla Germania nazionalsocialista, dopo che, finalmente, il leader russo Putin aveva accettato di sancire pubblicamente la riconciliazione fra i due popoli attraverso il riconoscimento della “verità su Katyn”. In quei mesi la Polonia era scomparsa, cancellata dagli eserciti nazionalsocialista a ovest e da quello sovietico a est, come già altre volte era accaduto nella sua storia. E a Katyn cominciarono quarant’anni di oppressione e di umiliazione, perché anche nella Polonia comunista tutti conoscevano la “verità su Katyn”, ma nessuno poteva permettersi di dirlo pubblicamente.
E’ difficile comprendere qualcosa del mistero della storia, delle scelte con cui il Signore guida i popoli, castigandoli e aiutandoli, lasciando così tanta libertà al male e alla menzogna. Non posso non chiedermi perché questo popolo venga trattato così vent’anni dopo aver salvato l’Europa dal comunismo, quando nel 1920 l’esercito polacco guidato dal maresciallo Jósef Pilsudski (1867-1935, la cui tomba in Polonia è sempre cosparsa da fiori freschi) fermò l’Armata Rossa davanti a Varsavia (“il Miracolo della Vistola”). Ma poi mi viene in mente la festa della Misericordia che celebriamo oggi, nella prima domenica dopo la Pasqua, grazie a santa Faustina Kowalska (1905-1938), la suora sepolta a Cracovia, la città dove il futuro papa Giovanni Paolo II (che la canonizzerà nel 2000, la prima santa del nuovo millennio) aveva imparato a conoscerla e a pregarla. Mi viene in mente perché il Papa “polacco” e la suora “polacca” hanno insegnato al mondo come appunto la Misericordia sia la misteriosa risposta scelta da Dio da opporre al male, a quel male che negli anni Trenta del secolo scorso in Europa e in Polonia aveva il volto delle ideologie che la avrebbero presto annientata.
E allora forse possiamo intuire e balbettare qualcosa, tremando al pensiero di quale possa essere il prezzo che un popolo debba pagare per potere dare all’umanità quella santità che sola può salvare dal male.
Marco Invernizzi
Festa della Divina Misericordia 2010
giovedì 4 marzo 2010
Newsletter - n. 46
quanto avvenuto a Torino in occasione delle elezioni regionali può essere considerato un modello di impegno politico dei cattolici alla luce dei principi non negoziabili.
Un candidato alla Presidenza della Regione, Roberto Cota, ha infatti sottoscritto un “Patto per la vita e la famiglia” (www . alleanzapercota . org) fondato su sei punti relativi ai principi non negoziabili e ha accettato quattro garanti, espressione di diverse associazioni e movimenti del laicato cattolico, che vigileranno sul rispetto degli impegni sottoscritti in caso di vittoria elettorale.
Ma perché è tanto importante quanto accaduto? Per il metodo anzitutto, che può essere indicato come esemplare per altre situazioni analoghe e perché tipico della nostra epoca, post-ideologica e segnata dal relativismo.
Proviamo ad andare con ordine.
Vi è stato un tempo, l’epoca della cristianità, in cui la fede impregnava la vita pubblica e la legge positiva si ispirava completamente al diritto naturale. I conflitti non mancavano, ma non erano di natura ideologica, se non quando era la stessa fede a venire minacciata, dall’esterno (soprattutto l’islam) o dall’interno (le diverse eresie).
Poi cominciò l’epoca delle ideologie (1789-1989) e nacquero i movimenti cattolici e i partiti d’ispirazione cristiana che si ispiravano, o avrebbero dovuto ispirarsi, alla dottrina sociale della Chiesa, con lo scopo di difendere e possibilmente riconquistare una presenza pubblica del cattolicesimo organizzato. Fu l’epoca del confronto, dello scontro e della persecuzione, dove il movimento cattolico doveva opporre una organizzazione e una strategia forte e organizzata ad altre “famiglie ideologiche” altrettanto forti e organizzate.
Con l’abbattimento del Muro di Berlino comincia una nuova stagione, segnata dal relativismo e dal pensiero debole, con l’assenza di soggetti politici visibili e organizzati. Il Magistero della Chiesa invita così ad una presenza pubblica del mondo cattolico orientata a rivendicare la garanzia del rispetto di alcuni principi fondamentali, sintesi della dottrina sociale della Chiesa. Sono i “principi non negoziabili” indicati dalla Nota dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede del 24 novembre 2002, dal discorso di papa Benedetto XVI a parlamentari del Partito popolare europeo del 30 marzo 2006 e al recente comunicato dei vescovi dell’Emilia Romagna del 22 febbraio 2010. Essi ruotano attorno a tre principi indicati sempre come i principali: la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, la centralità della famiglia come soggetto politico fondato sul matrimonio fra un uomo e una donna e la libertà di scelta educativa senza costi aggiuntivi per i genitori che appunto scegliessero di mandare i loro figli in una scuola non statale. Altri principi, pure importanti nell’economia della dottrina sociale, legati ai valori della solidarietà, dell’accoglienza e della disciplina dell’immigrazione, e della pace, vengono successivamente indicati a completamento di questi tre.
Quanto avvenuto a Torino ricorda per certi versi il Patto Gentiloni del 1913, che porta il nome del Presidente dell’Unione elettorale cattolica che, in occasione delle elezioni politiche di quell’anno, chiese ai candidati di firmare un eptalogo, cioè un impegno in sette punti ritenuti fondamentali dai cattolici. Saranno eletti 228 deputati col voto determinante dei cattolici. Naturalmente i sette punti erano assai diversi dai sei di Torino firmati da Roberto Cota, perché diverse erano le minacce che gravavano allora sulla società.
Tuttavia il significato è simile. Si tratta di educare l’elettore, soprattutto se cattolico, a usare come criterio di scelta in occasione delle elezioni quello dei principi non negoziabili e quindi abbandonare i criteri di appartenenza, di simpatia, di interesse, per scegliere unicamente i candidati che si impegnano pubblicamente a difendere e promuovere quei valori che il Magistero ci presenta appunto come non negoziabili.
Marco Invernizzi
martedì 16 febbraio 2010
Newsletter - n. 45
Care amiche, cari amici,
due fatti di cronaca. Il primo ci ricorda che in Olanda il governo chiede ai neo-immigrati di seguire un corso di lingua e di “dare un’occhiata a un film dove, fra l’altro, si assiste a un bacio fra omosessuali e si vede la panoramica di una spiaggia per nudisti”: lo ricordava Luigi Offeddu sul Corriere della Sera del 15 febbraio. Il secondo è una dichiarazione del ministro Maurizio Sacconi sui fatti di Milano, dove un immigrato egiziano di 20 anni è stato assassinato da immigrati sudamericani ubriachi in un quartiere della periferia dove le diverse comunità vivono in pericoloso contatto: il ministro ha detto: “L’identità è la premessa per il vero incontro. E’ nell’indifferenza che si genera il conflitto. E’ la parete bianca senza il crocifisso, che fa il conflitto”.
Due modi diversi, anzi opposti, di rispondere al problema immenso dell’immigrazione. Due modi che riflettono due diverse concezioni dell’uomo e della civiltà, la prima fondata sulla integrazione all’interno del relativismo, l’altra sull’integrazione all’interno di una cultura e di una civiltà radicate nella storia dell’Occidente: Atene, Gerusalemme, Roma.
I due fatti richiamano l’attenzione su due recenti documenti, la Nota dottrinale dell’arcivescovo di Bologna card. Carlo Caffarra su Matrimonio e unioni omosessuali e il discorso alla Pontificia Accademia per la Vita del Papa del 13 febbraio. Perché questo legame?
Perché l’integrazione nel relativismo è fallita e fallisce. Provate a girare in un quartiere multietnico, con le comunità divise e contrapposte che non hanno nulla in comune e vogliono dividersi il controllo o l’egemonia su quel poco (o tanto) che c’è e che spesso è frutto di traffici illegali. Ogni comunità fa riferimento a un proprio codice di valori che esclude le altre, oppure fa riferimento soltanto alla propria forza per imporsi e imporre. Il sistema del relativismo prevede quartieri, oggi, e domani città tipo “arcobaleno”; già questo lo si può osservare girando in tram per Milano semplicemente guardando il mutare delle lingue delle scritte dei negozi, passando da un quartiere all’altro. Lo schema dell’integrazione nel relativismo prevede che non ci siano principi condivisi, pochi ma comuni alle diverse culture delle comunità che convivono l’una a fianco dell’altra. L’unico dogma è che non ci devono essere verità assolute. E allora la vita non è sacra, la famiglia non è una, l’onestà vale solo (forse) all’interno della comunità di appartenenza, come avviene per la malavita.
Oppure, al contrario, abbiamo qualcosa da offrire a chi viene nella nostra civiltà. Abbiamo il crocifisso, come ha detto il ministro, cioè abbiamo la certezza che “Dio ama ciascun essere umano in modo unico e profondo”, fino a sacrificare Se stesso, come ha ricordato il Papa il 13 febbraio. E dunque esistono valori condivisi, una legge morale naturale che precede tutte le culture.
Certo, occorre essere realisti. Non basta educare all’esistenza di queste verità elementari e fondamentali. Bisogna far rispettare con la forza una legalità senza la quale non si insegna nulla, perché non ci sono le condizioni materiali per farlo. Purtroppo spesso tanti intellettuali, anche sacerdoti, usano dire che non ci vogliono poliziotti ma educatori, contrapponendo secondo un vecchio vizio dialettico due necessità, la sicurezza e l’educazione. Ci vogliono l’una e l’altra.
Soprattutto bisogna avere il coraggio di scegliere e di sfidare l’impopolarità, affermando che la verità sull’uomo esiste, si trova nella sua natura ed è l’unico possibile fondamento di relazioni umane rispettose della dignità di ogni essere umano. Questa verità oggi suscita ilarità o reazioni rabbiose quando viene pronunciata, probabilmente perché, se accolta, costringerebbe tanti a cambiare vita, a rinnegare molto del proprio passato, come molti di noi contemporanei hanno già fatto o stanno pensando di fare. Ma è l’unica strada lungo la quale si può pervenire a una vera convivenza civile: per questo il card. Caffarra, presentando la sua Nota dottrinale contro l’equiparazione del matrimonio alle unioni omosessuali, ha voluto rivolgersi anche ai non credenti, a chi vuole fare uso, “senza nessun pregiudizio, della propria ragione”.
Marco Invernizzi