giovedì 15 ottobre 2009

Newsletter - n. 42

Omofobia

Come avrete saputo la Camera dei deputati ha affossato il 13 ottobre il progetto di legge sull’omofobia. Se fosse passato, come in quasi tutti i Paesi europei, avrebbe introdotto un’aggravante relativa all’orientamento sessuale per tutti i reati contro la persona, in pratica violando l’uguaglianza giuridica dei cittadini. Picchiare un omosessuale dichiarato, un gay, sarebbe stato sanzionabile in modo più grave che picchiare un eterosessuale. Si sarebbe poi potuto configurare l’ipotesi del reato di opinione per tutti coloro che avessero affermato l’esistenza di una identità sessuale e di un progetto divino in seguito a tale identità: in pratica, leggere in pubblico la Bibbia o il Catechismo della Chiesa Cattolica avrebbe potuto portare in galera. Potrà sembrare assurdo, ma in Svezia è già accaduto.
Quanto avvenuto è una sconfitta per il processo di scristianizzazione dell’Italia. La legge proposta dall’on. Paola Concia, l’unica parlamentare dichiaratamente omosessuale, è stata dichiarata incostituzionale su proposta dell’Udc ed è stata votata dalla “maggioranza della maggioranza”, con la significativa eccezione di nove deputati “finiani” che hanno votato contro il Pdl e di altri della maggioranza, fra cui l’on. Bongiorno, che si sono astenuti. Ha votato con la maggioranza anche l’on. Binetti, ed il fatto merita di essere sottolineato, anche perché il segretario del suo partito, Franceschini, ha detto che la sua permanenza nel Pd costituisce un problema. L’evento conferma che quando alcuni deputati si danno da fare per i principi non negoziabili (vedi l’appello contro l’approvazione della legge pubblicato dai giornali del giorno precedente la votazione, primo firmatario Mantovano) possono accadere ottimi risultati, anche oltre le aspettative. Non basta infatti la mobilitazione di movimenti e associazioni, soprattutto cattolici e soprattutto tramite internet, se qualche parlamentare non riesce poi a trasformarla in concretezza legislativa (in questo caso di affossamento di una proposta di legge).
Tuttavia è stata vinta una battaglia, ma la guerra continua. E per raggiungere altri successi bisogna stare all’erta, essere pronti e preparati. In gioco non c’è la supremazia di un partito o di uno schieramento, ma l’identità di un popolo, la permanenza nelle sue radici. Stupisce, a questo proposito, la scarsa attenzione di parte del mondo cattolico, se si eccettuano le sue sentinelle, che si sono efficacemente mobilitate soprattutto su internet. Infatti il Magistero ha attirato l’attenzione sul tema, anche dopo la pubblicazione dell’importante documento della Congregazione per la dottrina della fede il 31 maggio 2004. Certamente il tema è delicato e apre o riapre antiche ferite, anche all’interno del corpo ecclesiale. Ma i problemi si affrontano e non si può sempre e soltanto rimandarli, pena incontrare poi problemi irrisolvibili.
L’evento ha anche un significativo aspetto politico. I deputati “finiani” sono stati costretti dal voto pubblico a venire allo scoperto e a farsi contare: sono stati nove a votare a favore della legge Concia più altri che si sono astenuti. I loro nomi li potete trovare sui vari giornali che li hanno pubblicati, attraverso internet. Bisogna ricordarli, perché in questo caso non si è trattato di opinioni diverse sulla conduzione del Pdl, ma di un tema di principio, assolutamente non negoziabile. In pratica, la loro posizione diversa ha assunto un connotato ideologico preciso e questo va fatto notare. Così come va fatta notare positivamente la posizione dell’on. Binetti, che ha votato con la maggioranza: che si stia incamminando verso l’uscita dal Pd è possibile, forse anche probabile dopo le dichiarazioni del segretario on. Franceschini. Quest’ultimo è un caso: per uno che ama (ancora?) definirsi cattolico, appare stupefacente l’ardore con cui sposa sempre le posizioni più laiciste, sempre inconfondibilmente opposte alle indicazioni del Magistero. Quest’ultimo, per un cattolico adulto, probabilmente è ininfluente, ma il caso rimane singolare.
C’è anche un caso giornalistico. Riguarda il quotidiano che preferisco e leggo sempre per primo, il Foglio. Mi chiedo: possibile che un direttore così sensibile sui temi della vita, capace di ingaggiare battaglie memorabili come quella su Eluana, non veda almeno la parentela nel caso dell’ideologia di genere? Un uomo come Giuliano Ferrara, così attento all’insegnamento della Chiesa e di Benedetto XVI in particolare, non si renda conto della posta in gioco e creda (come il sindaco di Roma) nella minaccia rappresentata da picchiatori di omosessuali che girano liberamente per le strade d’Italia a caccia di “sessualmente diversi”? E non si renda conto di come sia in gioco l’ultima differenza, quella sessuale, le cui conseguenze sociali si vogliono negare per mettere in discussione la complementarietà dei sessi, e dunque il significato del matrimonio? Non vorrei farla troppo difficile, ma Ferrara capirà perfettamente che siamo di fronte al delirio gnostico che afferma che Dio ha sbagliato a creare l’uomo maschio e femmina, e dunque bisogna correggerlo in corso d’opera.
Da alcuni anni un gruppo di professionisti (www.obiettivo-chaire.it) accoglie a Milano persone che hanno problemi di identità sessuale, spesso un’omosessualità indesiderata frutto di una adolescenza trascorsa in una famiglia problematica. Questa esperienza lascia trasparire in modo evidente come esista una natura, un progetto divino originario su ogni persona, che a volte per diverse ragioni può incontrare difficoltà ad esplicitarsi. Il rimedio non sta mai nell’accusare l’Autore della natura o nell’assecondare qualunque “desiderio” del soggetto problematico, ma nell’accompagnare quest’ultimo verso il ritrovamento dell’equilibrio perduto. I movimenti gay disprezzano tutto questo accusando la “terapia riparativa”, ma la realtà, e le richieste di molti fra queste persone, affermano il contrario.

Marco Invernizzi

Per approfondire si può leggere il Quaderno del Timone di Roberto Marchesini, L’identità di genere (info@iltimone.org; tel. 0269311174) con tutte le indicazioni dei testi del Magistero.

mercoledì 9 settembre 2009

Newsletter - n. 41

Questa estate è stato in Honduras un giornalista del settimanale Tempi, Rodolfo Casadei, che ha prodotto numerosi servizi sulle vicende accadute in quel Paese dopo il 28 giugno scorso. Si tratta di avvenimenti sui quali si è verificata una pressoché totale disinformazione e quindi vi prego di non smettere di leggere queste mie parole o, meglio, di leggere gli articoli che vi segnalerò alla fine del mio testo.
Come sapete, il 28 giugno scorso il Presidente della Repubblica Manuel Zelaya è stato portato all’estero dai militari e sostituito provvisoriamente con il Presidente del Parlamento, Roberto Micheletti, eletto da quest’ultimo organismo. Tutta la stampa mondiale ha scritto di un colpo di Stato militare.
In verità Micheletti è un imprenditore e uomo politico dello stesso partito dell’ex Presidente Zelaya, il partito liberale, figlio di immigrati bergamaschi, eletto alla Presidenza del Paese fino alle prossime elezioni (29 novembre) e all’insediamento del nuovo Presidente (gennaio 2010). Dopo lascerà l’incarico provvisorio. L’ex Presidente Zelaya, infatti, aveva indetto un referendum per modificare la Costituzione in modo da poter essere rieletto alla guida dell’Honduras, ma illegalmente perché solo il Parlamento avrebbe potuto farlo: il Presidente che prendesse questa iniziativa, in base alla Costituzione sarebbe ipso facto esautorato. E così è accaduto, perché il Capo di stato maggiore si è rifiutato di eseguire l’ordine di Zelaya di organizzare la logistica della consultazione elettorale e il Tribunale supremo di sovrintendere al voto, mentre la Corte suprema ha sentenziato che il referendum è incostituzionale e ha chiesto alle forze armate di fare rispettare la legge. Queste hanno arrestato Zelaya, mentre il Parlamento eleggeva capo provvisorio dello Stato appunto Micheletti.
Tutto questo succede il 28 giugno e nei giorni successivi. Il mondo diplomatico e la stampa internazionale annunciano invece che si è verificato un colpo di Stato e soltanto Israele e Taiwan, a tutt’oggi, hanno riconosciuto il nuovo Presidente dell’Honduras. Fanno eccezione il cardinale arcivescovo di Tegucigalpa Óscar Rodríguez Maradiaga e i vescovi del Paese che, prima hanno condannato come illegale il tentativo di Zelaya di indire il referendum che gli avrebbe permesso la rielezione cambiando la Costituzione, e poi ne hanno giustificata la deposizione, limitandosi a criticare la deportazione all’estero (anche se forse sarebbe stato trattato peggio in un carcere interno al Paese).
Dietro Zelaya c’è senza dubbio il Presidente del Venezuela Ugo Chávez, l’uomo forte dell’America Latina che è riuscito a costruire un cartello socialista di Paesi, l’Alba (Alleanza Bolivariana delle Americhe) composto da Venezuela, Bolivia, Ecuador, Cuba, Nicaragua, Antigua, Dominica e Honduras). Zelaya infatti era stato eletto Presidente come esponente di un partito moderato, ma successivamente si è spostato sulle posizioni di Chávez ricevendo in cambio petrolio a condizioni di favore, crediti e trattori, e imparando dal suo protettore venezuelano (che in questi giorni è stato ricevuto come una star al Festival del cinema di Venezia, acclamato come icona antioccidentale accanto a Oliver Stone dai comunisti a Forza Nuova) a tentare di piegare le istituzioni rappresentative ai propri fini, per diventare “legalmente” un dittatore a vita, come sta diventando il Presidente venezuelano. Grazie a Dio in Honduras qualcuno si è opposto. Ma bisogna aiutarlo.
Marco Invernizzi

Per approfondire
Rodolfo Casadei su Tempi (
www.tempi.it): “Se questo è un golpe” del 7 luglio; “Honduras, cronache da un golpe tv” del 28 luglio; “Zelaya ci ha resi più poveri” del 28 luglio; “Honduras, intervista a Roberto Micheletti. ‘Io, partigiano anti- Chávez’ “ del 5 agosto.
Glauco Maggi, "Di origini italiane il nuovo capo di Stato. L'Honduras si ribella al golpe alla Chavez e manda in esilio il suo presidente", in Libero del 30 giugno.

venerdì 28 agosto 2009

Newsletter - n. 40

Medjugorje
Quando nel 1989 cominciai a collaborare con Radio Maria, una delle prime cose che il direttore padre Livio Fanzaga mi disse fu inerente a padre Tomislav Vlasic, che già da anni si era allontanato da Medjugorje per venire in Italia, dove aveva fondato una nuova comunità. Era in odore di eresia e certamente non aveva più nulla a che fare con Medjugorje, i veggenti e le apparizioni.
Oltre vent’anni dopo i mass media ci presentano la sua riduzione allo stato laicale da parte della Chiesa (per motivi che nulla hanno a che fare con le apparizioni) come un giudizio con cui quest’ultima condanna le apparizioni: “leggere per credere” l’articolo di Bruno Bartoloni sul Corriere della Sera del 30 luglio. Naturalmente, il quotidiano pubblica a fianco una intervista a padre Livio che sostiene il contrario di quanto affermato dall’articolista, ma l’idea che “passa” è che la Chiesa ha condannato le apparizioni di Medjugorje condannando il direttore spirituale dei sei veggenti. Pazienza se quest’ultimo non lo è mai stato e non li vede da 23 (ventitre) anni. Così si fa, più o meno coscientemente, la disinformazione.

Per tentare di rimediare parzialmente al danno provocato da questi articoli e per aiutare a capire le persone che mi hanno chiesto spiegazioni, riporto l’intervento di padre Livio apparso sul sito di Radio Maria, che fornisce tutte le chiarificazioni utili per comprendere quanto accaduto.
Le apparizioni di Medjugorje sono un fenomeno straordinario da un punto di vista quantitativo perché milioni di persone vi hanno ritrovato la fede e la pratica cristiana, soprattutto quella del sacramento della confessione. Naturalmente rimarranno una rivelazione che non obbliga il comune fedele, anche quando fossero riconosciute dalla Chiesa. Ma non cogliere il disprezzo verso la fede vissuta che si nasconde dietro tanti interventi “contro Medjugorje” (anche da parte di cattolici progressisti e cosiddetti tradizionalisti), mi sembra sciocco.

Marco Invernizzi

Cari amici,
la superficialità, mista a mala fede, cui con i mass media hanno sollevato l'ennesimo polverone su Medjugorje, mi obbliga, come studioso e testimone del fenomeno, oltre che come servitore inutile della Regina della pace, a fare alcune precisazioni per iscritto, dopo averle fatte al microfono
Il documento (riservato) della riduzione alla stato laicale dell'ex francescano ( concessa su sua richiesta) è stata messo sul nostro sito internet già dal marzo 2009. L'ex francescano con la sua comunità era sotto inchiesta da parte della Chiesa dal 1988. Dopo la sospensione a divinis (2008) è arrivata la riduzione alla stato laicale (2009). Se non ottempera ad alcune disposizioni della S. Sede potrebbe un domani arrivare la scomunica. ( I Documenti ufficiali sono tutti pubblicati nel nostro sito internet).
Ciò che la S. Sede contesta all'ex francescano non sono le sue attività pastorali a Medjugorje, dove ha svolto, con altri frati, l'ufficio di coadiutore parrocchiale ( non quindi di parroco ) dall'autunno 1981 al settembre 1985, ma le sue attività in Italia, dal 1988 al 2008, quando lui ha dato vita a una sua personale comunità religiosa.
Nei tre anni e mezzo che è stato a Medjugorje l'ex frate ha svolto un'attività parrocchiale centrata soprattutto su un gruppo di preghiera giovanile, al quale però non hanno mai partecipato i sei veggenti, eccezione fatta per Marija, che partecipava sia al gruppo parrocchiale sia a quello guidato direttamente dalla Madonna mediante il veggente Ivan.
Infatti la Madonna, a partire dal 1982, si è formata lei stessa un gruppo che guidava personalmente mediante due apparizioni straordinarie alla settimana. A tale gruppo di preghiera, guidato dalla Madonna, partecipavano numerosi giovani e tre veggenti: Ivan, Marija e Vicka. Ivanka e Jakov non partecipavano a nessun gruppo. Tale gruppo è tuttora operativo.
E' quindi un'affermazione che non corrisponde alla verità sostenere che l'ex frate sia stato la guida o l'assistente spirituale dei veggenti. Non è corretto neppure metterlo in rapporto col "fenomeno Medjugorje" dal momento che vi manca da 23 anni.
Egli non ha mai ricoperto l'ufficio nè di guida spirituale, nè di assistente spirituale, nè di confessore dei sei veggenti. Più tardi la sola Marija P. si è scelta un direttore spirituale nella persona di Fra Slavko.
Colui che i mass media chiamano disinvoltamente la guida o l'assistente spirituale dei sei veggenti, in realtà, a partire dal 1985 fino all'attuale provvidenziale condanna, ha cercato di sosituirli con altre veggenti che egli si era associato alla guida della sua comunità.
Al riguardo il P. Provinciale dei Francescani di Erzegovina. Dr. fra Ivan Sesar - ha affermato: "Questo provincialato non ha mai raccomandato né nominato alcuno come guida spirituale dei ragazzi. Penso che nemmeno i parroci di Medjugorje abbiano mai avuto questo mandato di essere guida spirituale dei veggenti. Il fatto è che alcuni frati erano loro confessori, avevano con loro e le loro famiglie un rapporto amichevole e questo si può capire. Chi è amico di chi, oppure chi è la guida spirituale, dovete chiederlo voi stessi ai veggenti. In questi giorni si è potuto leggere nei media che alcuni dei veggenti lo hanno negato categoricamente" ( Dal quotidiano croato Vecernji list - 14-09- 2008).
La verità è che l'ex frate si è presentato da se stesso, in una lettera del 1984 a Giovanni Paolo II, come la guida spirituale dei veggenti. Egli si è autonominato tale, nell'illusione di influenzarli, salvo poi a sceglierne altri di suo gradimento.
I veggenti di Medjugorje, come i due bambini di La Salette, come Bernadette, come i veggenti di Fatima, ecc...hanno avuto ed hanno nella Madonna la loro guida. Infatti dopo 28 anni di apparizioni sono dei bravi cristiani che non hanno mai deviato dalla fede.
Padre Livio Fanzaga


Newsletter - n. 39

Segnalazione libro
E' uscito un libro importante di Gianni Baget Bozzo e Pier Paolo Saleri, Giuseppe Dossetti. La Costituzione come ideologia politica, edito da Ares. Ve ne propongo una recensione con alcune mie considerazioni.

L’opera di Baget Bozzo e Saleri contribuisce a rispondere a una domanda importante che non può essere sfuggita all’osservatore attento della storia italiana e di quella dei cattolici in particolare. E’ una domanda inerente alla Costituzione e al ruolo metapolitico che essa ha assunto in alcune figure importanti della storia del movimento cattolico, come appunto Dossetti e sulla sua scia altri, come il Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Perché il monaco Dossetti uscì dalla sua comunità nel 1994 per fondare i comitati in difesa della Costituzione minacciata, a suo dire, dal pericolo della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi? Perché ancora nei mesi scorsi si è verificata una rivolta di intellettuali alla sola ipotesi di una modifica di alcune parti della Costituzione? Perché ancora, una figura che nulla ha a che fare con la storia del movimento cattolico come il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha recentemente rilanciato l’ipotesi di un “patriottismo costituzionale” per restituire un’identità agli italiani dei nostri giorni? Una Costituzione è la fonte dei princìpi che evoca oppure ne è soltanto la portavoce ed è l’organizzazione politico-giuridica del corpo sociale attorno a quei valori recepiti dal testo costituzionale?

Il libro in questione contribuisce a fare riflettere sul punto. Esso è opera a due mani e rappresenta l’ultima fatica di don Gianni Baget Bozzo, il sacerdote teologo e politologo scomparso l’8 maggio scorso che ha scritto la prima parte (Costituzione & politica), mentre la seconda (Il monaco “Principe”), più corposa, è opera di Pier Paolo Saleri, studioso della storia del movimento cattolico e protagonista, in particolare all’interno del Movimento Cristiano dei Lavoratori. Entrambi mettono al centro dei loro scritti la figura di don Dossetti e il suo particolare rapporto con la Costituzione.
La biografia culturale e politica di don Dossetti nasce all’interno del regime fascista e si arricchisce nel rapporto con l’Università Cattolica guidata dal rettore padre Agostino Gemelli. Entrambe le circostanze sono importanti nella formazione culturale del futuro vicesegretario della Dc. Infatti, una delle principali caratteristiche del pensiero di don Dossetti sarà l’importanza che attribuirà allo Stato nella costruzione della societas christiana, posizione che lo porterà al contrasto all’interno della Dc con quella non statalista e per certi aspetti liberale di Alcide De Gasperi. Il suo pensiero nasce dal tentativo di dare una risposta alla crisi della cristianità e al rapporto di quest’ultima con il mondo moderno, lo ricorda Saleri all’inizio del suo saggio, forse non approfondendo a sufficienza le differenze con il pensiero contro-rivoluzionario. La crisi viene percepita come una colpa assoluta dell’ideologia liberale e capitalista, secondo uno schema che si diffonde nel movimento cattolico intransigente già alla fine del secolo XIX. La Rivoluzione non viene interpretata come un processo, ma si attribuiscono al socialismo antiliberale elementi di positività e quindi un’opportunità anche per le forze cattoliche. Da qui nasce all’interno del movimento cattolico intransigente la posizione favorevole all’alleanza con i socialisti in funzione antiliberale e anticapitalista (tipica è la posizione di don Davide Albertario), che in qualche modo viene ripresa da padre Gemelli e che lo fa guardare con una certa simpatia, e per un certo periodo, anche al fascismo, per le sue potenzialità antiliberali.
Dossetti recepisce questa cultura della crisi e pensa di poterne uscire attribuendo allo Stato una funzione centrale, quasi volontaristica. L’esperienza della Resistenza e dell’Assemblea Costituente, poi, rappresentano il contesto politico e ideologico in cui questa cultura tende a prendere corpo, a realizzarsi. L’esito è la Costituzione della Repubblica che entra in vigore il 1° gennaio 1948. Essa non è per Dossetti soltanto il “vestito” della società uscita dall’esperienza del fascismo e ritornata all’esercizio delle libertà, ma qualcosa di molto più importante. E’ l’espressione della collaborazione fra le due grandi ideologie anticapitaliste, il cattolicesimo democratico antiliberale e il comunismo. Esse sono in competizione fra loro ma devono collaborare per “liberare” la società dalle ingiustizie provocate dal capitalismo. E lo Stato deve essere lo strumento per realizzare questa “giustizia”, secondo lo schema “virtuoso” che ricorda l’esperienza di Robespierre e del giacobinismo durante la Rivoluzione francese. In questa prospettiva culturale, la Costituzione è qualcosa di più del popolo che l’ha votata attraverso i suoi eletti in Parlamento: essa ha, per rubare le efficaci parole del magistrato Gherardo Colombo riportate da Saleri (p. 245), “la stessa funzione che in passato svolgeva il diritto naturale: come allora le leggi venivano considerate giuste (o ingiuste) a secondo della loro coincidenza (o del loro contrasto) con il diritto naturale, così oggi esse sono legittimate dalla conformità alla Costituzione”. Nasce così quello che Saleri definisce il costituzionalismo autoritario, cioè la superiorità della Costituzione sulla democrazia.
Questa posizione sta alla base della corrente di sinistra che Dossetti guida all’interno della Dc e alla quale appartengono i “professorini” della Cattolica, Fanfani e Lazzati, oltre a La Pira. Essa si oppone a De Gasperi e agli ex appartenenti al Partito Popolare che con lo statista trentino guidavano il partito, accusati di non costruire con lo Stato la società “giusta” e di aver interrotto la collaborazione con le sinistre piegandosi alle richieste americane e vaticane e dando l’economia in mano ai liberali, ma ancora di più si oppone ai Comitati Civici di Luigi Gedda. Quest’ultima posizione, che poi è quella di papa Pio XII, vorrebbe anch’essa la costruzione di una società ispirata al Vangelo e al diritto naturale, ma senza concessioni e collaborazioni con le sinistre, ritenute ben più inaffidabili e liberticide delle forze liberali e di quelle di destra. Nell’analisi delle tre posizioni allora presenti nel mondo cattolico evidenziate nel libro, forse quest’ultima avrebbe meritato maggiore spazio e attenzione, perché essa è stata sopraffatta sia dai dossettiani sia dagli ex popolari, che non sopportavano la presenza di una sorta di “sindacato” degli elettori cattolici che in qualche modo controllava l’operato del partito, ma poi storiograficamente non ha più avuto difensori, tanto da essere oggi assolutamente sconosciuta o, peggio, fraintesa: è stato scritto con realismo che i Comitati Civici sono stati un fenomeno che non conosce ancora nessuna rievocazione interpretativa, se non quella iniziata nel libro da me curato per la stessa editrice Ares, 18 aprile 1948. L’”anomalia italiana”.
In questa prospettiva, Dossetti partecipa con scarso entusiasmo alla battaglia delle elezioni del 18 aprile 1948 perché ne coglie il ruolo decisivo dei Comitati Civici e l’inevitabile esito anticomunista. Proprio questo esito lo porta a concludere che è impossibile riformare la società attraverso la politica, in quel frangente storico, perché soltanto un’azione culturale e religiosa, che porti alla “riforma” della Chiesa e del mondo cattolico, potrà anche avere effetti sulla politica. Nasce così la decisione di abbandonare la politica per dedicarsi prima alla fondazione dell’Istituto di Scienze Religiose a Bologna e poi alla fondazione di una comunità monastica, sempre nella regione emiliana. Ma la sua paternità politica nel partito continua attraverso l’opera di Fanfani, che sostituisce De Gasperi e trasforma la Dc in un partito ideologico di massa che “occupa” lo Stato per finanziarsi e non dover più dipendere dalle strutture del mondo cattolico, e attraverso quella che diventerà la corrente maggioritaria del partito, Iniziativa democratica, affidata a Mariano Rumor. Nasce il “dossettismo senza Dossetti” che influenzerà molto la politica italiana.

Ma Dossetti non abbandona la politica e continua a seguirla pur dedicandosi alla vita della Chiesa, in particolare nella diocesi di Bologna dove diventa vicario generale dell’arcivescovo Lercaro, e nell’ambito dei lavori del Concilio Vaticano II, ai quali partecipa come consultore dello stesso card. Lercaro. Baget Bozzo e Saleri mettono in luce la funzione “rivoluzionaria” avuta da Dossetti sui lavori conciliari, sventata da papa Paolo VI con la Nota praevia che ferma autoritativamente ogni deriva antipetrina nei lavori conciliari e porta a un ridimensionamento dello stesso Dossetti.
Dossetti non abbandona la politica perché la sua funzione nella vita religiosa e culturale viene sempre vissuta con la stessa volontà di cambiamento che lo aveva animato durante l’esperienza politica. Quest’ultima però conosce un ritorno a un impegno diretto in occasione della svolta epocale che la politica italiana conosce nel 1994 in conseguenza della caduta del Muro di Berlino, nel 1989, e della conseguente crisi avviata dalla magistratura con la cosiddetta “Tangentopoli”, che porta alla scomparsa per via giudiziaria dei due principali partiti della Prima Repubblica, il Psi e la Dc, e alla trasformazione del Pci in un partito democratico di sinistra, il Pds. Per gli autori si tratta di un vero colpo di Stato legale, condotto da una parte della Magistratura, che avrebbe comportato la realizzazione del “sogno” politico di Dossetti, cioè la presenza al governo delle due forze politiche antiliberali, i cattolici democratici senza più la Dc, e i comunisti senza più il retroterra ingombrante dell’Urss, che aveva reso impossibile il progetto a livello di accordi di politica internazionale. Ma un nuovo ostacolo rende impossibile la realizzazione del sogno, e si tratta di Silvio Berlusconi.
La sua discesa in campo nel 1994 e la vittoria elettorale inaspettata spingono appunto Dossetti a uscire temporaneamente dalla sua comunità monastica per salvare la Costituzione e successivamente a contribuire alla nascita dell’Ulivo, guidato da un suo discepolo, Romano Prodi. Le vittorie elettorali nel 1996 e nel 2006 delle coalizioni “dossettiane” sembrano la vittoria postuma del dossettismo, cioè appaiono come il confluire nel governo della nazione delle due ideologie alternative ai valori culturali di un’Italia anticomunista, popolare e conservatrice, legata all’Occidente e radicata nella propria identità cattolica, che aveva vinto il 18 aprile 1948. Ma il governo di Prodi fallisce e nel 2008 Berlusconi torna al governo. E con lui l’Italia moderata che Dossetti aveva sempre tentato di “superare”.
Marco Invernizzi

domenica 12 luglio 2009

Newsletter - n. 38

Caritas in veritate
La terza enciclica di Benedetto XVI è uscita. I giornali hanno fatto i loro scoop anticipandone qualche riga. Vi sono stati alcuni commenti abbastanza generici alla ricerca di quella che nel gergo giornalistico si chiama notizia. Che non c’è perché l’unica vera notizia è che siamo di fronte a un testo che bisognerebbe leggere, rileggere (studiare) prima di commentarlo e poi eventualmente mettere in pratica nella propria vita nella misura delle responsabilità pubbliche che si hanno.
Così non è stato, come per la grande maggioranza dei documenti del Magistero, che raramente si prestano a titoli gridati sulle prime pagine dei giornali.
Rimane il mondo cattolico, quello delle parrocchie e delle associazioni, dove si spera che l’enciclica non finisca troppo presto nel dimenticatoio, dove potrebbe essere tenuta viva con adeguate presentazioni.

L’enciclica spiegata dal Papa
A questo mondo propongo una presentazione semplice e autorevole, perché fatta con le stesse parole del Papa. Benedetto XVI infatti ha presentato la “sua” enciclica nell’udienza generale di mercoledì 8 luglio. Se qualcuno la ritenesse troppo impegnativa e difficile, può cominciare a leggere il testo di questa udienza, certamente alla portata di tutti. Poi magari gli verrà voglia di leggerla tutta.
La presento brevemente.

L’ispirazione paolina
Il documento si ispira a un passaggio della Lettera agli Efesini di san Paolo, dove l’Apostolo scrive che si deve agire nella verità con carità. Il legame fra carità e verità sta alla base di tutta la dottrina sociale della Chiesa, spiega il Papa, e in particolare viene approfondito nella splendida introduzione alla Caritas in veritate con il linguaggio preciso del teologo Joseph Ratzinger. Sempre nell’introduzione, il Papa indica due criteri fondamentali che stanno alla base del testo: la giustizia e il bene comune. La prima esprime l’amore che si esprime nella concretezza dei fatti, che si manifesta anche cercando non solo il bene individuale ma anche quello della comunità, così che grazie al bene comune la carità assume una dimensione sociale.

La "Populorum progressio"
La Caritas in veritate richiama espressamente quella di papa Paolo VI del 1967, definita pietra miliare dell’insegnamento sociale della Chiesa e dedicata allo sviluppo dei popoli e alle sue possibilità e modalità. Oggi, la situazione mondiale presenta nuovi e diversi problemi, in particolare l’affermarsi della globalizzazione, ma anche il permanere di gravi squilibri economici e sociali e di disuguaglianze clamorose e scandalose, nonostante l’impegno per eliminarle. Un futuro migliore è possibile e il giudizio del Pontefice non è chiuso alla speranza, ma soltanto se lo sviluppo sarà accompagnato dalla riscoperta dei valori etici e se le scelte per il bene comune terranno conto di un necessario rinnovamento culturale e morale.
Questo passaggio non deve sembrare moralistico, ma al contrario è centrale nel documento pontificio, perché soltanto cambiando i criteri culturali delle scelte potrà avvenire qualcosa di meglio. La Chiesa infatti non ha soluzioni tecniche da offrire, ma indica molto concretamente i principi che devono stare alla base delle decisioni: la centralità del diritto alla vita, il rispetto della libertà religiosa e il rifiuto di una assoluta fiducia nella capacità della tecnologia che fonda una concezione prometeica dell’uomo come unico artefice del proprio destino. Soltanto alla luce di questo cambiamento culturale e morale possono essere affrontati i grandi problemi, come quello della fame e della sicurezza alimentare di tanti popoli poveri, oppure il ruolo degli Stati, che devono fare la loro parte rivalutando il loro ruolo politico anche nell’ambito di un mondo globalizzato, o ancora il problema della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica nazionale e internazionale.

Significato e fini dell’economia
Per decenni si è dibattuto dialetticamente su profitto e solidarietà verso i poveri, come se l’economia non potesse contemplarli entrambi. Il Papa lo ricorda con forza invitando a recuperare la logica del dono e il principio di gratuità, accanto alla ricerca non esclusiva del profitto. E invita a non usare dialetticamente neppure i diritti umani, come spesso viene fatto dimenticando che «i diritti presuppongono corrispondenti doveri, senza i quali i diritti rischiano di trasformarsi in arbitrio». Inoltre il Papa invita un rispetto vero verso l’ambiente, che implica un diverso stile di vita da parte di tutti, evitando anche in questo caso di contrapporre il rispetto verso l’ambiente a quello verso la persona considerata in se stessa e in relazione con gli altri. Ma perché tutto questo non appaia illusorio il Papa auspica la nascita di un’Autorità politica mondiale «regolata dal diritto, che si attenga ai menzionati principi di sussidiarietà e solidarietà e sia fermamente orientata alla realizzazione del bene comune, nel rispetto delle grandi tradizioni morali e religiose dell’umanità».
Qualcosa di simile a un’istituzione che svolga la funzione di un impero riconosciuto (anzi voluto) dagli Stati e dai popoli, capace di fare rispettare lo jus gentium, il diritto internazionale, quello che l’ONU non è riuscito a essere o non ha potuto diventare.

Non di solo pane
E’ quanto ci ricorda il Vangelo ed è quanto ricorda la dottrina sociale della Chiesa sostenendo lo sviluppo “integrale” dei popoli, che cioè tenga conto di tutto l’uomo, non soltanto della sua componente materiale. Diversamente non ci sarà sviluppo.

Come è stato detto, un documento del Magistero è un evento della Chiesa, non soltanto un testo da studiare. Andrebbe perciò accompagnato con la preghiera, con adeguate celebrazioni liturgiche. Ma almeno andrebbe letto. E così non dovrebbe essere impossibile che ogni comunità cattolica si riunisse per leggere (almeno) questa breve ma autorevole presentazione dell’enciclica.

Marco Invernizzi

domenica 14 giugno 2009

Newsletter - n. 37

Andare a votare in un’epoca di profonda crisi morale e culturale raramente è entusiasmante. Infatti, non capita spesso di trovare il candidato ideale sia dal punto di vista politico sia da quello personale. Quando lo troviamo rispettoso o addirittura promotore dei “principi non negoziabili” e della dottrina sociale della Chiesa, spesso è inadeguato sul piano della vita privata e capita frequentemente di rendersi conto che non possiede le qualità minime per rappresentare il mandato che gli stiamo per affidare.
Ma il bene comune di un popolo va comunque perseguito, anche in una tornata elettorale, come i prossimi ballottaggi amministrativi, in cui la possibilità di scegliere per noi elettori è “secca”, senza alternative ai due candidati rimasti in lizza. Anche in questa occasione dovremo scegliere chi potrà fare meno danni al bene comune, una volta eletto, anche se è personalmente lontano da quei principi che vorremmo vedere realizzati nella vita pubblica, perché l’altro (nel senso dell’altra coalizione politica) è ancora più lontano. Fino a quando c’è la possibilità di scegliere è rarissimo che non ci si offra un “meno peggio” al quale affidare il nostro voto.

L’Osservatorio politico di Nuove Onde

Il successo ottenuto dall’Osservatorio politico promosso dall’associazione Nuove Onde (migliaia di accessi dopo la presentazione a Radio Maria) conferma il desiderio sincero e serio di informarsi e partecipare di molte persone. Questo Osservatorio (per chi non lo conoscesse www.nuoveonde.com), invita a votare premiando la coalizione o il candidato (quando possibile) che abbia manifestato concretamente nella passata legislatura la propria fedeltà ai principi non negoziabili (vita, famiglia, libertà di educazione), oppure che questa fedeltà sia espressa chiaramente nel proprio programma elettorale o in quello della coalizione o partito di appartenenza. Stiamo pensando di renderlo un servizio permanente, che intervenga ogni volta che sono in discussione, a diverso livello, i “principi non negoziabili”.
Ma proprio questo successo è il segno del grande disorientamento che c’è nell’elettorato in seguito alla crisi dei partiti e alla loro trasformazione dopo il 1989. Una volta, nell’epoca delle ideologie (che non è il Medioevo ma risale ormai a vent’anni fa) si votava con il criterio dell’appartenenza (anticomunismo o unità dei cattolici in un solo partito erano i criteri più utilizzati dall’elettorato conservatore), mentre oggi il lavoro più importante è quello culturale, consistente nel mostrare all’elettore la necessità di scegliere in base al criterio dei “principi non negoziabili”, e non secondo altri criteri, spesso legati a parole che esprimono valori importanti ma successivi a quelli legati alla vita e alla famiglia.

Teniamolo presente ancora una volta domenica prossima in occasione dei ballottaggi. E serviamoci del sito di Nuove Onde per capire con quale criterio dare il nostro voto.

Marco Invernizzi

lunedì 18 maggio 2009

Newsletter - n. 36

In memoriam

E' morto a Genova giovedì 7 maggio don Gianni Baget Bozzo. Aveva 84 anni.
Sacerdote, teologo e politologo, uomo di grande cultura e di sicura fedeltà alla Chiesa, ha avuto una biografia culturale e politica estremamente complessa. Ripercorrerla significa rivedere le fasi salienti della recente storia italiana, i nodi principali che lo hanno visto attento e intelligente analista e interprete, e spesso anche protagonista.
Come ha scritto lui stesso in una sorta di autobiografia uscita nel 1997 su Panorama, richiestagli dall’allora direttore Giuliano Ferrara, la sua patria è stata sempre e soprattutto la Chiesa. Per questo, giovane studente liceale negli ultimi anni del regime fascista, alle prese con lo scontro ideologico tra fascisti e comunisti, scelse la Chiesa e i suoi eroi erano gli zuavi pontifici caduti a Castelfidardo per difendere il Papa nel 1859.
Negli anni della caduta del Regime e della Resistenza si avvicinò alla Democrazia Cristiana e a quella figura che avrà un peso tanto rilevante nella cultura del cattolicesimo democratico, Giuseppe Dossetti. La vicinanza alla sinistra Dc sarà breve ma anche l’altra Dc, quella di Alcide De Gasperi, non appagherà il suo desiderio di fondare la politica su princìpi che andassero al di là della politica stessa come esercizio del potere.
Nel 1959 Baget Bozzo assume la direzione della rivista L’Ordine Civile — una testata a lui ceduta da Luigi Gedda — e de Lo Stato. All’epoca il futuro sacerdote è il primo a formulare una critica contro la partitocrazia e a schierarsi per l’elezione diretta del capo dello Stato, come espressione di di­stinzione della società, della politica e delle istituzioni. In questo periodo appoggia il governo del democristiano Tambroni, sostenuto dai voti del Msi, e dopo il drammatico fallimento di questo governo, travolto dalle rivolte di piazza da parte di gruppi anche armati nell’estate del 1960 e dal tradimento dei vertici della stessa Dc, forma il Movimento per l’Ordine Civile, appunto con lo scopo di opporsi alla nascita dei primi governi di centro-sinistra.
Ma l’esperimento non porta a felici risultati soprattutto a causa dell’ostilità della Gerarchia ecclesiastica e così don Gianni si ritira dalla politica e si laurea in teologia, nel 1966, in Laterano. L’anno successivo viene ordinato sacerdote, a Genova, dal cardinal Siri, e nel frattempo comincia a dirigere una rivista teologica di impostazione conservatrice, Renovatio, sempre nell’ambito della diocesi genovese guidata dall’arcivescovo al quale sarà sempre molto legato.
Inizia così il periodo più confuso e discutibile della sua vita pubblica, quando comincia a scrivere su la Repubblica, accomunato dall’avversione alla Dc e dalla speranza di una evoluzione liberale del Pci, come ha scritto lui stesso nell’autobiografia apparsa su Panorama.
In questi anni viene in contatto con Bettino Craxi e ne diventa consigliere. In lui vedeva l’artefice del tentativo di ribaltare le posizioni di forza all’interno della sinistra italiana, a favore di un Psi riformista e occidentale, avverso al Pci. Nel 1984 viene eletto europarlamentare socialista e l’anno successivo viene, di conseguenza, sospeso a divinis dal card. Siri, anche se non smetterà di celebrare la Messa in privato, a Bruxelles, nel suo piccolo studio, come testimonierà Giuliano Ferrara che vi assistette alcune volte.
In Craxi vedeva una soluzione politica per l’Italia, attraverso la sconfitta della Dc che non aveva più alcuna cultura politica. Scriverà che “secondo la tradizione della Chiesa, espressa dal pensiero di San Tommaso, la politica andava fondata sulla legge naturale e non sulla fede e l’obbedienza alla Chiesa”. La scelta fu drammatica e lacerante, ma a chi gli obiettava di aver scelto il partito del divorzio e dell’aborto rispondeva che le due leggi erano firmate da ministri dc e nessuno di essi aveva scelto di fare come re Baldovino, cioè dimettersi.
Il suo mandato, rinnovato per una seconda legislatura, terminò nel 1994, quando poté rientrare pienamente nella comunione ecclesiale. Nello stesso anno Berlusconi vinse le elezioni dopo che era venuta meno, in seguito alla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e a Tangentopoli, l’unità politica dei cattolici nella Dc. Nel corso dello stesso anno partecipa così alla fonda­zione di Forza Italia
, di cui redige successivamente la Carta dei Valori cercando di radicarla culturalmente nell’orizzonte del «liberalismo popolare». Collabora con alcune testate giornalistiche come Panorama e i quotidiani il Giornale, La Stampa e Il Secolo XIX, rivestendo inoltre la carica di direttore responsabile di Ragion­po­li­ti­ca, periodico tele­matico dell’area politico-culturale che fa riferimento al Popolo della Libertà.
Diventa così uno dei principali consiglieri di Berlusconi e uno dei responsabili della formazione di Forza Italia; conclusa l’esperienza della Dc, il suo nemico era sempre il partito postcomunista (la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto e le successive metamorfosi), con la sua pretesa di egemonizzare l’Italia.
Sarà proprio in occasione della rievocazione del 50° anniversario della vittoria elettorale del 18 aprile 1948 che Baget Bozzo parteciperà a Milano, nel 1998, a una manifestazione pubblica di Alleanza Cattolica, dove presenterà le sue tesi, certamente diverse, ma simili nella critica dello sperpero operato dal partito di ispirazione cristiana dello straordinario patrimonio di consenso affidatogli dal popolo italiano in occasione di quella straordinaria giornata, che segna la vera nascita dell’Italia moderna, antisocialcomunista e radicata nella storia dell’Occidente cristiano.

Marco Invernizzi